venerdì 24 luglio 2020

Un tempo ingiusto - Gertrud Tinning

Trama: Copenaghen, 1885. Nelly Hansen e sua cognata Marie lavorano duramente tra le grandi macchine della Manifattura tessile Ruben a Frederiksberg. Quando un giorno Marie rimane vittima di un tremendo incidente, Nelly cerca inutilmente aiuto per portarla in ospedale, ottenendo solo resistenza e indifferenza da parte dei responsabili. Si rende conto sempre di più che la condizione di vita in fabbrica è disumana e vuole portare alla luce questa tremenda situazione. Una decisione coraggiosa che mette purtroppo in pericolo la sua vita e quella del suo vicino di casa Johannes, il giovane figlio di un fattore dello Jutland, da cui è molto attratta. Nel frattempo nella fattoria di Uldum Anna, la sorella di Johannes, deve fare una scelta che segnerà per sempre il corso della sua vita. La famiglia vuole che sposi Peder, ricco proprietario di una fattoria vicina, ma la ragazza ha altri piani. Quando viene a sapere che Johannes ha bisogno di aiuto, parte senza indugio per Copenaghen. Resta sconvolta e inorridita dalle ingiuste condizioni di vita.
Titolo: Un tempo ingiusto
Autore: Gertrud Tinning
Casa editrice: Mondadori
Anno pubblicazione: 2020
Pagine: 382
Alla tentazione rappresentata dai libri cedo sempre e questo l'ho acquistato senza nemmeno far finta di essere combattuta: ambientato nel 1800 a Copenaghen narra una vicenda di sfruttamento del lavoro femminile e di rivendicazioni sindacali. Il mio secolo d'elezione, la mia città del cuore e una delle tematiche che più mi appassionano. Non serve aggiungere altro.
Si tratta di un romanzo duro, con scene molto forti; la  fame e la miseria sono descritte in modo realistico, quasi disturbante. Ci si affeziona ai protagonisti prima ancora di comprendere che questo potrebbe farci soffrire, perché l'autrice non fa concessioni di sorta e ci mette di fronte a situazioni intollerabili, ma che dobbiamo leggere perché descrivono fatti realmente accaduti, seppur qui romanzati. Mi spiego meglio: se qualcuno queste miserie ed ingiustizie le ha vissute, il minimo che possiamo fare noi, dopo tanti anni, è prenderne coscienza e leggerne il resoconto.
La storia si apre con Nelly, una delle protagoniste, che assiste impotente ad un tragico incidente sul lavoro della cognata Marie. Ambedue sono operaie presso una ditta tessile. A Marie le cure non vengono prestate tempestivamente e una strana e colpevole reticenza, quasi omertà, avvolge l'accaduto. Di lavoro all'epoca si moriva spesso e non era certo riconosciuto un indennizzo: le vite delle operaie non valevano molto, non per i loro datori di lavoro almeno. Queste donne erano abituate o meglio rassegnate a non protestare, a non alzare la testa perché tenute in ostaggio dalla loro necessità di vivere (o meglio di sopravvivere). Se una di loro si lamentava il licenziamento era garantito e questo poteva pregiudicare la loro stessa esistenza.
La società delineata dalla Tinning è composta da un'umanità al limite, da vite stipate in palazzi fatiscenti e brulicanti di inquilini, con mariti che spesso invece di aiutare sperperano in acquavite tutti i guadagni delle mogli. Non che in campagna la situazione fosse tanto migliore, come ci racconta con un salto temporale all'indietro la vicenda di Anna e del fratello Johannes: lei quasi costretta a sposarsi per convenienza e lui obbligato ad abbandonare la piccola fattoria che ama in quando secondo nell'asse ereditario. Johannes andrà a lavorare a Copenaghen dove si innamorerà di Nelly.
A questo punto la storia si intreccia anche con la ricerca di un colpevole, ma non posso svelarne i risvolti. Anna raggiungerà il fratello per cercare di aiutarlo e anche lei finirà a lavorare nella tessitura di Nelly. Non è importante dipanare la trama, ma sottolineare con quanta abilità l'autrice sia riuscita a tessere insieme le varie storie, riuscendo a conformare la parte investigativa alla ricostruzione storica e alla denuncia sociale. Le storture che ci presenta sono così tante e dolorose che veramente le leggiamo con una pena sempre maggiore. Anna dovrà faticare e soffrire per i vicoli e le strade di Copenhagen per ottenere un briciolo di giustizia e di serenità.
Trovo che questo romanzo abbia una bella onestà intellettuale perché non si piega ad alcuna facile soluzione, non ammicca ai lettori. Lo stesso finale bello, ma non aulico, sembra ricordarci che gli atti eroici della gente comune a volte non portano a rivoluzioni, ma a piccoli cambiamenti, quasi irrilevanti rispetto allo sforzo e al dolore che hanno richiesto in cambio. Il nostro cosiddetto progresso è un ponte, non terminato, che è stato costruito proprio con la sofferenza di persone come Anna. Ricordarlo è importante.



1 commento:

  1. Ciao!
    Interessante e recensione convincente. Non sapevo che Copenaghen fosse la tua città preferita...
    Purtroppo a quei tempi molte città che si stavano industrializzando sono passate sopra alla povera gente, che veniva sfruttata senza remora alcuna. È giusto venirne a conoscenza, per "n" motivi.
    Non è il mio momento x Copenaghen, ma ho apprezzato.
    Ciao e buon inizio settimana

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