martedì 30 ottobre 2018

[Questa volta leggo...] Leone - Paola Mastrocola

Trama: Un quartiere che si chiama il Bussolo e può essere ovunque, in qualsiasi città. Oggi, ai giorni nostri. Una madre e un figlio. Lei, Katia, una donna sola di trentasei anni, presa dal lavoro, separata dal marito, pochi soldi, poco tempo, sempre di corsa, appesa a sogni nebulosi che non osa sognare fino in fondo. Lui, Leone, un bambino di sei anni solitario e timido, sottile come un giunco. Un giorno, in mezzo a tutta la gente che passa, alle auto, sotto le luci intermittenti degli alberi di Natale, si mette a pregare. E la madre scopre, con stupore e vergogna, che lo fa spesso, un po' ovunque. Si apparta, s'inginocchia, e prega. Per strada, al cinema, in bagno. Prega quand'è preoccupato, quando gli manca la nonna e il gioco del comò. O quando vorrebbe un bacio. O quando desidera aiutare qualcuno. La voce circola in fretta. Leone diventa «il bambino che prega», lo scandalo della scuola, del quartiere intero. Molti lo deridono, ma molti, anche, iniziano a confessargli i loro desideri. Come fa la vita, Leone può esaudire le richieste o deluderle, avverare i sogni o lasciarli inesauditi.             
Titolo: Leone
Autore: Paola Mastrocola
Casa editrice: Einaudi
Anno Pubblicazione: 2018
Pagine: 223

Il tema di ottobre per la rubrica "Questa volta leggo..." ideata dai blog La lettrice sulle nuvoleLe mie ossessioni librose e La Libridinosa, è "leggi un libro dalla copertina blu" e la mia scelta è caduta, dopo aver cambiato idea almeno 5 volte, sul nuovo libro di Paola Mastrocola. Ed oggi sono proprio felice di condividere con voi le mie riflessioni su questa lettura molto, molto originale.
Il libro che ho amato di più in assoluto della Mastrocola è stato "Non so niente di te", per la grande ironia unita alla tenerezza. Quel suo modo di indagare i rapporti umani, andando in profondità, ma con leggerezza, da sempre per me è il suo più grande pregio. Entrare in libreria e trovare il suo nuovo libro è stato un richiamo irresistibile. In alcuni casi si è portati a pensare che taluni romanzi siano portatori di un messaggio speciale, tutto per noi. Solo che questa volta il messaggio andava decifrato, risolto come un enigma con il dubbio di non aver trovato la giusta soluzione, per poi rendersi conto che la soluzione si trova nella domanda stessa, non nella risposta. Mi è venuto da ridere, perché l'autrice, anche questa volta, mi  ha fregata presa in giro nel  suo solito delicato modo.
La storia è quella semplice, direi quotidiana, di una madre separata con un figlio. Il padre è una figura sbiadita che si palesa ogni 15 giorni per una cena al McDonalds. C'era sì una nonna affettuosa, ma si è spenta nel giro di pochi mesi e Katia e Leone sono molto soli. Leone è il contrario di quello che dichiara il suo nome: un bimbo esile, silenzioso e gentile. I giorni tutti uguali della routine madre- figlio sono però scossi da una novità: il bimbo infatti, senza motivo e nei luoghi meno indicati, si mette a pregare. Questo turba la madre più di ogni altra cosa, tanto che forse preferirebbe che Leone fosse dislessico, caratteriale o affetto da altre problematiche. Lei non è praticante. Perché Leone prega? Che cosa significa questa anomalia?

Cosa ne sa di tutta quella trama di cose intime e misteriose che si compone tra una nonna il suo nipotino? Niente ne sa una madre che lavora da mattina a sera, e arriva trafelata a riprendersi il suo bambino, felice e grata che qualcuno, e proprio quel qualcuno che gli vuole più bene al mondo, nientemeno che una nonna, cioè sua madre, gliel'abbia tenuto tutto il giorno.


Ed eccolo di nuovo qui quel tratto che mi piace e che era portante in "Non so niente di te". Cosa sappiamo gli uni degli altri? Quale immagine di noi restituiamo al mondo? Corrisponde a quella che abbiamo di noi stessi? Quello che ci collega gli uni agli altri è insondabile e misterioso. Indicibile, come la fede. Perché Katia è così sconvolta dal pregare di Leone? Forse perché la fede che si traduce in preghiera è qualcosa che ai giorni nostri è oramai inimmaginabile? Oppure no?
Il romanzo procede in modo piano, discreto, quasi sottotono. E' fatto di piccoli accadimenti, raccontati sottovoce. I pensieri di Leone sono quelli di un bimbo di sei anni: semplici, cristallini, bellissimi. Tra le pagine dell'esistenza grigia di Katia i pensieri di Leone sono delle macchie di colore azzurro, come se la meraviglia e l'amore potessero all'improvviso rendere a colori quello che era un film in bianco e nero.
Un libro intriso di spiritualità, scritto con delicate pennellate, con un sorriso a fior di labbra ed una speranza nel cuore, quella che il rapporto con un qualcosa o un qualcuno di superiore possa essere anche per noi quotidiano, semplice e allo stesso tempo magico. Basterebbe poco, un po' di gentilezza, un po' di amore, uno sguardo limpido e fiducioso.
Ringrazio l'autrice per il regalo che mi ha fatto perché a distanza di giorni ancora ci penso. E per altri giorni ci penserò e il bello sarà continuare a ragionarci intorno.





A seguire tutte le altre recensioni del mese:





venerdì 26 ottobre 2018

Fate il vostro gioco - Antonio Manzini


TRAMA
Il ritorno di Rocco Schiavone. Questa volta il vicequestore deve vedersela con una storia di ludopatia, di avidità. Andando su e giù da Aosta al casinò di Saint-Vincent distante una manciata di chilometri si scontra con le incongruenze di uno Stato che lucra sul fallimento di famiglie trascinate nel fondo del barile dal demone del gioco d’azzardo. Nonostante la complessità dell’indagine Rocco non dimentica e cerca di ricucire i rapporti coi suoi amici romani: Sebastiano è ai domiciliari, Furio e Brizio a malapena gli rivolgono la parola.
Titolo: Fate il vostro gioco - Autore: Antonio Manzini - Casa editrice: Sellerio - Anno Pubblicazione: 2018 - Pagine: 391
*in nero gli interventi di Lea e in blu quelli di Stefi *         
    
Quando Rocco chiama io e Stefi non possiamo restare indifferenti, è come se si trattasse di un amico (Rocco, amico mio, se ti serve una mano sto qua, eh!) e abbiamo difficoltà a ricondurlo tra le pagine di un libro. Schiavone è tornato e noi abbiamo abbandonato le letture in corso per stare con lui. Il problema è che il tempo condiviso è sempre troppo poco e ci scoccia tremendamente dover aspettare (probabilmente un altro anno - stai scherzando, vero?) per ritrovarlo, soprattutto considerato lo scherzo che ci ha fatto Manzini con questo nuovo libro. Dovrebbe essere introdotta una pena per gli autori che lasciano i propri lettori in sospeso come allocchi! Non ho mica detto nulla che non si potesse dire vero? Manzini rischia di ritrovarsi con un'orda di lettori alle calcagna! Non si fanno questi scherzi a chi è rimasto fedele per tutti questi anni, non gli si dà un cucchiaino di Nutella per poi chiudere il barattolo senza pietà! 



In Pulvis et umbra Rocco era stato preso a schiaffi dalla vita e aveva raggiunto il punto più basso della sua parabola discendente. Qui lo ritroviamo molto provato, quasi a pezzi, ma indomito (rinnovo l'invito di cui sopra). Con furia, amarezza, continua ad andare avanti, a prendere a morsi la vita cercando quel qualcosa che potrebbe fare la differenza, ma è un ricerca senza gioia, un fare meccanico che non lo allontana dai pensieri cupi. Resta solo l'ironia, come maschera, ma anche come sfogo. La sua ironia è la caratteristica che me lo ha fatto amare, guai se la perdesse!  





In questo libro personalmente ho sentito molto la nostalgia di Marina: senza di lei a Rocco manca il lirismo, quell'ingrediente che bilanciava il suo sarcasmo. Senza di lei è tutto in bilico e solo il suo ruvido affetto nei confronti di Italo e Gabriele riesce a rimettere in equilibrio le cose. (Fermami se sto esagerando - se questo lo chiami esagerare...meglio che sia tu a fermare me!)
E poi all'improvviso se ne esce con questo decalogo - la meraviglia - che mi fa venire voglia di proporlo come presidente del Consiglio. Per me Rocco resta sempre un Robin Hood dei tempi moderni:
Ci sono delle regole, imbecille, e te non le conosci, questo è chiaro. E adesso ti dico il decalogo Schiavone, apri bene le orecchie e metti a memoria. Non si ruba sul posto di lavoro, non si ruba negli spogliatoi di una palestra, non si ruba ai ragazzini, alle mamme,  ai vecchi e si ruba ai ladri , ai corrotti, ai figli di puttana e ai mercenari. Non si ruba alle mignotte, si ruba ai papponi, non si rubano le pensioni, si svaligiano le banche, ammesso che hai i coglioni e sai fare un lavoro pulito. Non si ruba al tossico, si ruba al fornitore. Non si ruba il portafogli del cadavere, ma quello dell'omicida. E soprattutto, quando si ruba, se si vuole rubare, non ci si fa beccare.
Un tocco molto personale, un decalogo 100% Rocco che ho ricopiato sul quaderno delle belle frasi!
Nonostante questi momenti perfetti, non ho dubbi che l'autore si sia divertito molto alle spalle dei lettori! L'identità della mamma di Gabriele è stata la delusione più grande e mi pareva di sentire l'eco delle risate di qualcuno. Un colpo basso, Antò!
L'indagine è intrigante, come sempre, ma ho avvertito più di altre volte che questo è un libro di "transizione", che è servito a traghettarci verso altro. Ma verso cosa ancora non ci è dato di sapere.
Più che un libro di transizione è proprio un libro "incompiuto", una sorta di prima parte di un romanzo più ampio, tante sono le cose lasciate in sospeso, nessuna certezza viene data al lettore che si ritrova con la lingua penzoloni a cercare di darsi risposte che solo Manzini può dare. Antò e daje! Diccelo che il nuovo romanzo è già pronto (o quasi) e che non dovremmo attendere un anno per sapere come evolve la storia. Mettici pure che io so' anziana, la demenza galoppa e chissà fra un anno se mi ricorderò ancora cosa è successo in questo romanzo (e chi se lo scorda, ma io ce provo!)

Alla fine la commozione arriva, tanto che non potrò più guardare una pianta di limoni senza sentire un groppo in gola. Non me lo dire, che a me ora scende la lacrima anche quando taglio una fetta di limone per il tè. Mannaggia a Rocco!

In definitiva, se devo esprimere un giudizio, ho trovato questo romanzo lievemente sottotono rispetto ai precedenti, di questo prendo nota razionalmente, ma la mia parte emotiva grida che non me ne frega niente, perché sostanzialmente amo Rocco e la scrittura di Manzini e non chiedo di meglio che continuare a stare in loro compagnia. Non ho maturato per nessun altro protagonista di una serie il livello di affezione che ho per lui, nemmeno per Cormoran. Questo per me vuol dire molto.
Per quanto mi riguarda non ho avvertito un calo. Il ritmo più pacato rispetto ai precedenti lo attribuisco alla fase di vita che sta attraversando Rocco, secondo me Manzini ha voluto farci entrare completamente nel suo stato d'animo anche con il ritmo di narrazione. Rocco è a un punto di svolta, dopo le batoste subite nel romanzo precedente si ritrova in una sorta di limbo, una terra di nessuno emotiva, nella quale si muove per cercare di ricostruirsi, di raccogliere i pezzi per poter andare avanti, e un ritmo più sostenuto non avrebbe sortito lo stesso effetto. Ho molto apprezzato il fatto che venga messo in luce il lato più tenero del suo animo, il suo prendersi a cuore le persone che sente più vicine e affini, Gabriele e Italo, che come Schiavone stanno attraversando un momento di grossa difficoltà: il nostro burbero vicequestore ci dà l'ennesima conferma che dietro ad una ruvida corazza si cela un cuore generoso, sempre ovviamente mascherato da espedienti ai limiti del lecito e da atteggiamenti da ca@@ca@@o, altrimenti non sarebbe più il nostro Rocco! 




Un'altro aspetto che ho apprezzato di questo romanzo è stato lo scavare nel mondo della ludopatia, una piaga sociale che sta dilagando sempre più e che sta rovinando intere famiglie: Manzini riesce a farci comprendere come si senta un malato di gioco e di come, una volta entrati nel vortice sia tremendamente difficile uscirne.
Mi piace la tua interpretazione Bacci, allora diciamo che il ritmo è più pacato, che il periodo che vive Rocco è marroncino e quindi si intona benissimo anche con il mio, quindi... quindi avanti tutta e muoviti Antò a scrivere la sua prossima avventura!



















 
             











lunedì 22 ottobre 2018

Pusher - Antonio Ferrara

Trama: In certi quartieri di certe città è più difficile essere bambini, è più difficile crescere, è più facile sbagliare. In certi quartieri di Napoli ci sono ragazzi che vivono di notte, che spacciano droga, che non vanno a scuola. Ma, grazie a uomini e donne che immaginano i bambini e i ragazzi per ciò che potranno diventare, la notte non è fatta solo per questo. La notte è fatta anche per mostrare il proprio coraggio, lo spirito di sacrificio, la determinazione. La notte è fatta anche di lavori onesti e coraggiosi...
 


Titolo: Pusher
Autore: Antonio Ferrara
Casa editrice: Einaudi Ragazzi
Anno pubblicazione: 2017
Pagine: 135
Il libro ha vinto il Premio Bancarellino 2018
 
 
A Pordenonelegge ho finalmente potuto assistere ad un incontro con Antonio Ferrara e già dalle prime battute ho immediatamente compreso che non poteva essere diverso da come me lo avevano presentato i suoi libri. Diretto, divertente, acuto, fortemente empatico. In sua presenza i lettori, giovani o meno giovani, reagiscono con interesse, lasciando cadere inutili barriere. Si crea un legame che è un po' una magia e la presenza di un moderatore diventa quasi un peso. Antonio come prima cosa ha letto il primo capitolo del libro e nonostante tutto abbiamo riso. Nonostante cosa? Pusher, lo dice il titolo, parla di droga e racconta la storia di un giovane spacciatore, di un pusher non per scelta, ma per eredità familiare. C'è chi ha il padre notaio e diventa notaio e chi, come Tonino, ha una famiglia di malavitosi e con "naturalezza" si avvia verso la stessa professione. La sua quotidianità è fatta di sorelle minori che con dita piccole preparano le bustine (senza buttar via nulla, come raccomanda la madre) e da una certa ora in poi il ragazzino "vende" in casa per poi spostarsi in piazza. La regola è non dar mai niente prima di aver preso i soldi. E a scuola non ci può andare, la mattina è stanco, dorme e si alza tardi. Come il pifferaio magico però, giorno dopo giorno, si presenta alla sua porta il professore d'italiano a richiamarlo a scuola e ad una vita giusta, a misura di bimbo, come dovrebbe essere. Un personaggio coraggioso, considerato a chi si contrappone. Questo prof. che non si arrende, che richiama il piccolo pusher ai diritti della sua età è un eroe laico, l'unico rimasto e possibile in un' Italia dove la legge e lo Stato sono concetti astratti e vuoti di significato. E' la forza del singolo che si oppone all'ingiustizia, ma è una storia che purtroppo conosciamo fin troppo bene. Il finale raramente è lieto.
Tonino si lascia tentare e torna in classe:
 
Presi a leggere, finalmente, a leggere il mio sogno, il sogno che volevo realizzare e che a casa non potevo dire, e a leggerlo il sogno mio era il più strano e pazzo e bello di tutti i sogni che si possono sognare. Parlava di me che volevo fare il giornalista, che volevo scrivere sul giornale com'era bella Napoli e i napoletani, e che bei dolci si potevano mangiare a Napoli, e che belle canzoni si cantavano, e che squadra forte di calcio avevamo, e come i ragazzini avevano il diritto di giocare e divertirsi invece di lavorare, di rubare e spacciare.  Leggevo, oramai senza fermarmi, ché il respiro quasi mi mancava e, mentre leggevo, sembrava che il sogno veramente si poteva realizzare, sembrava che, visto che lo avevo scritto bene, con le parole tutte giuste, prima o poi davvero forse poteva capitare. Ma, leggendo leggendo, pensavo alla testardaggine e alla forza e alla volontà ci volevano per far succedere una cosa così, così difficile, e io mica ce l'avevo, quella forza. E avevo contro mio padre, mia madre e pure gli amici. Ma poi, alla fine, in mezzo all'applauso che mi arrivava in faccia e nelle orecchie, guardai il prof che sorrideva e faceva sì sì con la testa e pensai alle parole che diceva sempre: che sei hai una passione forte, la disciplina poi ti viene


Questa lunga citazione è un assaggio della scrittura di Ferrara, della sua immediatezza, che ha il ritmo dei pensieri e dei sogni del giovane protagonista, ma non pensate che questo vi metta al riparo da svolte crude e inevitabili. E' questa la sua forza: ci fa intravedere una via possibile, ci presenta dei personaggi volitivi, degli eroi del quotidiano e allo stesso tempo ci riporta alla realtà con la violenza di uno schiaffo in pieno volto. Sotto ai nostri occhi si disvela una realtà brutale, inaccettabile e Tonino vi resta impigliato dentro, vittima  e carnefice suo malgrado.
Il libro ha sicuramente il grande pregio di spiegare questo degrado e il tentativo di resistervi a ragazzi molto giovani (di prima e seconda media), stemperando la tematica molto pesante con l'ironia e la tenerezza.
Una lettura veloce ed intensa, che ti porta in alto e ti fa cadere, per poi riprenderti al volo, con il cuore in gola.
Come non sempre scrivo, consigliatissimo.

 
 
 
 

venerdì 19 ottobre 2018

[Questa volta leggo...] Il rumore della pioggia - Gigi Paoli

Il tema di ottobre per la rubrica "Questa volta leggo..." ideata dai blog La lettrice sulle nuvoleLe mie ossessioni librose e La Libridinosa, è "leggi un libro dalla copertina blu" e la mia scelta è caduta su un libro che da troppo tempo stazionava nella mia libreria, ossia il romanzo d'esordio di Gigi Paoli, nel quale il lettore fa la conoscenza di un nuovo personaggio "seriale", ossia il giornalista Carlo Alberto Marchi.


Titolo: Il rumore della pioggia • Autore: Gigi Paoli • Editore: Giunti • Anno di pubblicazione: 2016 • N.pagine: 285 • Copertina flessibile €10,00  • Ebook € 2,99

TRAMA
Sono ormai alcuni giorni che Firenze è sferzata da una pioggia battente e, come se non bastasse, la visita del presidente israeliano ha completamente paralizzato la città. Carlo Alberto Marchi è intrappolato nella sua auto che da casa lo porta al Palazzo di Giustizia, quando apprende una notizia davvero ghiotta per un cronista di giudiziaria a corto di esclusive: all'alba, in un antico palazzo di via Maggio, la prestigiosa strada degli antiquari, viene trovato morto con ventitré coltellate l'anziano commesso del negozio di antichità religiose più rinomato di Firenze. Un caso molto interessante anche perché il palazzo è di proprietà della Curia e sopra al negozio ha sede l'Economato. Marchi si mette come un mastino alle calcagna dei magistrati nella speranza di tirar fuori uno scoop e chiudere finalmente la bocca al direttore del Nuovo Giornale. Sempre correndo come un pazzo, intendiamoci, perché a casa c'è Donata, la figlia di dieci anni che inizia a lanciare i primi segnali di un'adolescenza decisamente in anticipo. Ma stavolta conciliare il ruolo di padre single con quello di reporter d'assalto sembra davvero un'impresa disperata: sì, perché c'è tutto un mondo che ruota intorno al delitto di via Maggio e le ipotesi che si affacciano sono sempre più inquietanti. Su tutte, l'ombra della massoneria, che in città è prospera e granitica da secoli. E l'inchiesta corre veloce in una Firenze improvvisamente gotica e oscura.



"Il rumore della pioggia" che dà il titolo al libro è anche la colonna sonora che fa da sfondo a tutta la narrazione. Ambientato in una Firenze quasi gotica che soccombe sotto un'incessante pioggia battente, ben lontana dalla città da cartolina che siamo abituati a vedere, il romanzo si snoda tra le vie meno conosciute, quelle frequentate da chi Firenze la vive tutti i giorni e che ne coglie anche le sfumature meno ovvie o piacevoli.
Trattandosi di un giallo a tinte noir si sarebbe portati a credere che il protagonista sia un membro delle forze dell'ordine o un magistrato, insomma un personaggio che si occupi in prima persona delle indagini; proprio in questo particolare, a mio avviso, sta la forza di questo romanzo d'esordio, e cioè nel fatto che il protagonista sia invece un giornalista di cronaca giudiziaria con un passato di nera, e con tutti gli agganci giusti per poter tirare le fila di un caso all'apparenza di facile soluzione ma che in realtà cela molti più intrecci di quanto si possa immaginare. 
Nel cercare la notizia scoop, l'esclusiva da poter consegnare al suo direttore per poterla poi dare in pasto ai lettori, Carlo Alberto Marchi sfrutta le proprie conoscenze all'interno del Palazzo di Giustizia, un palazzo nuovo di zecca tutto vetro e acciaio che mal si accompagna ad una delle più amate città d'arte, odiato da tutti tranne che dal nostro Carlo, l'unico ad apprezzarlo e a muoversi al suo interno con destrezza. In questa sua ricerca del tassello mancante vengono svelati quei meccanismi che stanno dietro ai rapporti tra giornalisti e magistrati o appartenenti alle forze dell'ordine che nello svelare piccoli particolari fanno sì chedei retroscena importanti vengano rimbalzati sui giornali prima ancora che sulle scrivanie dei diretti interessati.
Tanto sicuro e baldanzoso è il giornalista, quanto maldestro, impacciato e tenero è il padre single di una figlia decenne che inizia a dare le prime avvisaglie di un'adolescenza imminente (tutta la mia comprensione e la mia solidarietà a te, caro Carlo). È proprio tra le mura domestiche, dove Carlo passa molto meno tempo di quanto desidererebbe, che scopriamo il lato più umano di questo personaggio, quello che me lo ha fatto entrare in simpatia e me lo ha fatto considerare "uno di noi".
"Fra una stecca di cioccolata e il salame spagnolo, la casalinga che aveva preso possesso di me mi costrinse anche a comprare un po' di frutta e verdura, ma il minimo sindacale, con il risultato che spesi un mucchio di soldi per roba del tutto inutile e che non mi avrebbe comunque aiutato a portare il frigorifero oltre la soglia di sopravvivenza."
Un appunto che mi sento di fare è la moltitudine di personaggi che girano intorno alla vicenda: magistrati, poliziotti, giornalisti e amici, che interagiscono con Carlo, particolare che a volte ha rallentato la lettura, portandomi a tornare indietro per rinfrescarmi la memoria su chi fosse chi e dove andasse collocato.
Con una scrittura scorrevole e ironica Gigi Paoli ci introduce un personaggio che merita di essere conosciuto più in profondità, perché credo abbia molto altro da raccontarci di sé e del suo lavoro (sperando che i personaggi mi diventino più familiari o diminuiscano di numero).
Vi lascio al calendario degli appuntamenti per la rubrica Questa volta leggo...un libro con la copertina blu, per tutto il mese di ottobre.


martedì 16 ottobre 2018

Dai tuoi occhi solamente - Francesca Diotallevi


Titolo: Dai tuoi occhi solamente • Autore: Francesca Diotallevi • Editore: Neri Pozza • N.pagine: 207 • Anno di pubblicazione: 2018 • Copertina flessibile € 16,50 • Ebook € 9,99

TRAMA
New York, 1954. Capelli corti, abito dal colletto tondo, prime rughe attorno agli occhi, ventotto anni, Vivian ha risposto a un'inserzione sul New York Herald Tribune. Cercavano una tata. Un lavoro giusto per lei. Le famiglie l'hanno sempre incuriosita. La affascina entrare nel loro mondo, diventare spettatrice dei loro piccoli drammi senza esserne partecipe, e osservare la recita, la pantomima della vita da cui soltanto i bambini le sembrano immuni. La giovane madre che l'accoglie ha labbra perfettamente disegnate con il rossetto, capelli acconciati in onde rigide, golfini impeccabili. Dietro il suo perfetto abbigliamento, però, Vivian sa scorgere la crepa, il muto appello di una donna che sembra chiedere aiuto in silenzio. Del resto, questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri. L'accordo arriva in fretta. A lei basta poco: una stanza dove raccogliere le sue cose; una città, come New York, dove potere osservare le vite incrociarsi sulle strade, scrutare mani che si stringono, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l'insopportabile caducità di ogni istante. Ed essere, nello stesso tempo, invisibile, sola nel mare aperto della grande città, a spingere una carrozzina o a chinarsi per raddrizzare l'orlo della calza di un bambino. Scrutare i gesti altrui e guardarsi bene dall'esserne toccata: questa è, d'altronde, la sua esistenza da tempo. Troppe, infatti, sono le ferite che le sono state inferte nell'infanzia, quando la rabbia di un gesto - di sua madre, Marie, o di suo fratello Karl, animati dalla medesima ira nei confronti del mondo - si è rivolta contro di lei. Sola nella camera che le è stata assegnata, Vivian scosta le tende dalla finestra, lancia un'occhiata al cortiletto ombroso e spoglio nel sole morente di fine giornata, estrae dalla borsa la sua Rolleiflex e cerca la giusta inquadratura per catturare il proprio riflesso che appare contro l'oscurità del vetro. È il solo gesto con cui Vivian Maier trova il suo vero posto nel mondo: stringere al ventre la sua macchina fotografica e rubare gli istanti, i luoghi e le storie che le persone non sanno di vivere.


Parlarvi di questo libro non è cosa semplice, per molti motivi. Prima di tutto perché la scrittura di Francesca Diotallevi è talmente intima ed evocativa che è impresa ardua trasmettere quello che si prova leggendola, poi perché la storia raccontata in questo libro è una storia dolorosa, sofferta intensamente, ma vissuta con discrezione e riserbo, che il parlarne sembra quasi un'ulteriore violenza inflitta a chi ha già patito troppo.
Ma sono convinta che "Dai tuoi occhi solamente" sia un libro che meriti di essere letto e per questo motivo cercherò di condividere con voi le sensazioni che porto con me dopo aver chiuso l'ultima pagina.

La protagonista è una delle fotografe più talentuose del '900, il cui nome è salito alla ribalta delle cronache da pochissimo tempo, in seguito al ritrovamento ad opera del figlio di un rigattiere dei suoi numerosissimi scatti, per la maggior parte mai sviluppati, abbandonati in un magazzino. Parliamo di Vivian Maier, una donna vissuta nell'ombra della cui vita si sa molto poco. Francesca Diotallevi, come un moderno Pollicino, ha seguito le rare molliche di pane lasciate da questa donna nel suo passaggio su questa terra, per cercare di darle una storia e capire da dove nasce il suo talento.
"Sono nata in un giorno di pioggia. Era un lunedì di febbraio in cui l'acqua colava dai bordi degli ombrelli e le pozzanghere riflettevano stralci di nuvole e facciate di palazzi."
Da quel giorno di pioggia Vivian ha visto ben poche giornate di sole, la sua infanzia è stata contrassegnata dal rapporto conflittuale con una madre egoista e anafettiva, che nel suo considerarla un indesiderato fardello, ha plasmato in lei la necessità di nascondersi al mondo così da non poter essere ulteriormente ferita, facendo germogliare il seme della solitudine che la accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni.
"Io, Vivian, sono quella che nessuno nota, quella che nessuno vede."
L'unico raggio di luce negli anni della sua giovinezza è Jeanne Bertrand, una fotografa amica della madre, che le ospita per un breve periodo rivelatosi fondamentale per Vivian, che osservando affascinata le immagini imprimersi sulla carta sotto ai suoi occhi brama di poter catturare la vita attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica.
Dopo diverse peregrinazioni, Vivian trova il suo modo per sopravvivere nell'occuparsi dei bambini, diventando così una tata. 
"Il suo dovere era difenderli nell'età più fragile, perché nessuno aveva difeso lei."
Lei che non era stata difesa aveva però la necessità di esorcizzare i propri demoni, e memore delle sensazioni provate osservando il mondo attraverso il mirino, si procura una Rolleiflex, una macchina fotografica che le dà la possibilità di rubare attimi di vita senza essere notata.
Lei che da sempre sperimenta la solitudine e la sofferenza, il male di vivere, riesce a riconoscerli negli occhi degli altri non appena li scorge; vede riflesso il suo stesso patimento attraverso le lenti della Rolleiflex, che diventa il suo scudo protettivo, il confine tra le sue sofferenze e quelle del mondo. Nel suo scrutare gli altri, Vivian cerca per tutta la vita di essere riconosciuta, anche da se stessa, come individuo, facendone inconsapevolmente la propria missione.
Nelle scarne biografie che si trovano in rete, la Maier viene paragonata ad Emily Dickinson e significativa è una citazione che la Diotallevi inserisce facendola calzare a pennello allo stato d'animo di Vivian:
"A un cuore in pezzi nessuno s'avvicini senza l'alto privilegio di aver sofferto altrettanto." 
In questa frase è racchiuso il talento di Vivian Maier, il suo riuscire ad avvicinarsi, anche fisicamente, ad un palmo dalle sofferenze altrui e fermarle sulla pellicola.
Seguendo il consiglio di Azzurra del blog silenziostoleggendo.com sono andata a cercare le foto che vengono descritte tra le pagine del libro e posso assicurarvi che se lo farete la lettura diventerà un'esperienza totalizzante, vi sembrerà di essere gli occhi di Vivian Maier nel momento in cui quegli istanti vengono fissati sulla pellicola, diventando immortali. 
Vorrei dirvi molto altro, ma vi rovinerei il piacere di una lettura per me imperdibile, perciò mi fermo qui, non prima di aver ringraziato Francesca Diotallevi per essere riuscita a fare ciò che Vivian Maier ha inseguito per tutta la vita: vedere il valore della persona che stava dietro all'obiettivo e farla sentire riconosciuta e amata. 
Vi lascio con una frase presa dai ringraziamenti:
" I libri sono fatti, prima di ogni cosa, di legami fra le persone."
Francesca Diotallevi con questo libro ha creato un bellissimo legame tra i suoi lettori e Vivian Maier.





mercoledì 10 ottobre 2018

Per metà fuoco per metà abbandono - Sabrina Nobile

Trama: È un giorno di fine aprile quando Sara, guardando la sua immagine riflessa in uno specchio, all'improvviso smette di riconoscersi. E sono molte, in realtà, le cose che non riconosce più nella sua vita. Suo marito l'ha lasciata, sola e con due bambini, proprio dopo essersi trasferiti in una casa nuova, ancora da arredare, ancora da rendere sua. E poi c'è il padre, tanto amato e per alcuni aspetti così simile al marito, la cui mente comincia a essere annebbiata da qualcosa senza nome. In quel momento Sara si rende conto che i segnali, nei mesi precedenti, quando ancora la sua vita sembrava un cosmo inattaccabile, c'erano stati. Comincia così un viaggio alla riconquista di sé, attraverso i ricordi e in un presente che la vede cristallizzata, come chiusa in un bozzolo, in attesa di risbocciare. Ma è proprio in questo viaggio che verrà messa di fronte a una difficile realtà, forse la più dura di tutte.
Titolo: Per metà fuoco per metà abbandono
Autore: Sabrina Nobile
Casa editrice: SEM
Anno pubblicazione: 2018
Pagine: 188

Ho acquistato questo libro in vista dell'incontro con l'autrice, che sapevo sarebbe stata presente a Pordenonelegge. La trama mi incuriosiva e questa cover così cupa mi dava da pensare, lasciava presagire qualcosa di diverso dalle solite storie di abbandono coniugale (che pur mi piacciono molto) e così è stato. Si tratta di un romanzo che sonda diversi aspetti del distacco e  della morte, di quanto sia indecifrabile e misteriosa la vita. Sara, la protagonista del libro, viene lasciata all'improvviso dal marito, con due figli piccoli a carico, e deve affrontare contemporaneamente la malattia del padre. E' come se cadesse in un buco nero di dolore ed incertezza. Non compaiono amiche o altri personaggio che riescano a stemperarne la pena. E' sempre presente, invece, un dolore intenso e di pari passo un'incessante autoanalisi che non accenna mai ad allentare la morsa sui pensieri. Sui nostri come su quelli di Sara.
E' interessante notare come una storia possa essere raccontata in infiniti modi e tutti veritieri. L'ironia intelligente, ma con sprazzi di tenerezza di Vittoria di Barbara Fiorio e il delirio lucido e autodistruttivo di Elena Ferrante nei Giorni dell'abbandono sono un aspetto, contrapposto,  della stessa realtà . Sabrina Nobile ci regala nuove sfumature e racconta, in questo romanzo, una storia che non avevo ancora letto. Nel libro sono presenti e spiccano solo le figure maschili, tutte in un certo senso negative. Pessimo il marito Andrea che abbandona la famiglia senza tanti sensi di colpa, altrettanto criticabile la figura paterna che per tutta la vita ha messo i propri interessi al primo posto, davanti ai figli e a qualsiasi considerazione. Nemmeno i bambini, seppur giovani, sembrano poter offrire un conforto, un momento di spensieratezza. La forza di Sara, a voler ben guardare, è una condanna: quella di portare sulle spalle il peso dell'egoismo degli altri. In questo lei si perde e poi si ritrova, si sdoppia fino al punto di proiettare su se stessa addirittura una figura maschile, che appare e scompare come un sogno o forse un incubo.
Infine viene descritto l'abbandono "ultimo" del padre con una compostezza che non nasconde l'orrore, la mancanza di pace e di serenità, una sofferenza che non trova sollievo perché avvolta nell'insondabile.
Non posso dire che il libro mi sia piaciuto, nel senso più comune del termine. Come potrebbe visto che mi ha riportato alla memoria alcuni momenti cupi della vita, quando sembra che non esista via d'uscita?  Posso però affermare con certezza che si tratta di un buon libro, sincero e dolente. Mi sento di consigliarlo a chi non teme le immersioni nel buio più profondo delle proprie paure e fragilità. Intenso.

 


P.S. Poi all'incontro ci sono andata insieme alla Bacci! L'autrice mi ha fatto dono di questa bella dedica.







venerdì 5 ottobre 2018

Mini recensioni: Per lanciarsi dalle stelle di Chiara Parenti e L'apprendista geniale di Anna Dalton


La Bacci, che è il mio grillo parlante che quando parla, parla bene, mi ha fatto notare che non posso mettere un post su fb che sbandiera certi titoli di libri che ho in lettura e poi trascurare, sul blog, di parlarne. Non si fa (bacchettata sulle mani). Ad esempio mi ha fatto notare che il post nel quale dichiaravo, oramai a fine agosto, di essere intenta a leggere il nuovo libro di Chiara Parenti è stato molto apprezzato e seguito. E quindi ora non posso passarla liscia e far finta di niente. Devo raccontare cosa penso di quel libro! Purtroppo io soffro molto quando non posso lanciarmi, non dalle stelle, ma in lodi sentite di un libro e quindi qualche volta mi vien voglia di far finta di nulla, sia per non ferire l'autore (ma che cosa gliene importerà poi della mia garbata opinione? coraggio Lea!) sia per non perdere tempo a scrivere intorno a libri che non hanno lasciato il segno. Non parlo di brutti libri, quelli nel bene o nel male lasciano sempre qualcosa, parlo invece dei libri ni, di quelli che avevano tutte le potenzialità per essere belli, ma che alla fine non mi hanno convinta.
Quindi ora chiudo i conti in sospeso parlandovi dei due libri a seguire (e se la trama è più lunga del giudizio non state a porvi domande strane...è chiaramente un modo per riempire il post!).



Per lanciarsi dalle stelle - Chiara Parenti
Trama: Fai almeno una volta al giorno una cosa che ti spaventi e vedrai che troverai la forza per farne altre. Sono queste le parole che Sole trova nella lettera che la sua migliore amica le ha scritto poco prima di ripartire per Parigi, subito dopo l’unico litigio della loro vita. Quel litigio di cui Sole si pentirà per sempre, perché non rivedrà mai più Stella, la persona più importante per lei. Sole non smette di guardare quel foglio perché, anche se ha solo venticinque anni, non c’è nulla di più difficile per lei che superare le proprie paure. Sa che, se le tiene strette a sé, non c’è nulla da rischiare: il lavoro sicuro per cui ha rinunciato al sogno di fare l’università; il primo bacio mai dato perché è meno pericoloso immaginarlo tra le pagine di un libro che viverlo realmente. Ma ora Sole non può più aspettare. Lo deve alla sua amica. Così per cento giorni affronta una paura alla volta: dal lanciarsi con il paracadute al salire sulle montagne russe; dall’attraversare un bosco sotto il cielo stellato al fare un viaggio da sola a Parigi. Giorno dopo giorno, scopre il piacere dell’imprevisto e dell’adrenalina che le fa battere il cuore. A sostenerla c’è Samanta, un’adolescente in lotta con il mondo che ha paura persino della sua immagine riflessa. Rivedendosi in lei, Sole prova a smuovere la sua insicurezza e a insegnarle ciò che ha appena imparato: è normale avere paura, quello che serve è solo un unico, singolo, magnifico istante senza di essa. Ma c’è un unico istante che Sole non è ancora pronta a vivere. L’istante in cui deve confessare la verità al ragazzo di cui è da sempre innamorata. Una prova più difficile di tutte le altre. Perché anche l’amore può vestirsi d’abitudine e confondere. E per amare davvero bisogna essere pronti a mettersi in gioco. Perché persino i sogni possono cambiare quando sono solo una favola.
Titolo: Per lanciarsi dalle stelle - Autore: Chiara Parenti - Casa editrice: Garzanti - Anno pubblicazione: 2018 - Pagine: 345

L'idea di partenza era bella e vincente e chissenefrega se un po' sfruttata (certo che ho letto "Per dieci minuti" della Gamberale) perché, per come viene sviluppata all'inizio, ha un gusto fresco e ti invoglia a scrivere la tua lista personale di paure da affrontare e poi a lanciarti nella vita insieme a Sole. Il libro si legge volentieri, anche se qualche pagina in meno non avrebbe guastato e il percorso della protagonista intenerisce e trova la nostra comprensione. La vita chiede di essere vissuta, non la si può guardar scorrere chiusi nel retrobottega di un negozio di alimentari. Il carpe diem è sempre un argomento di grande attualità, a qualsiasi età. Altro tratto distintivo è quanto l'autrice riesca a rendere curioso il lettore sulle bellezze trascurate e sconosciute di una regione, il Molise, che spesso ci si dimentica faccia parte dell'Italia. Sarei partita seduta stante verso quella destinazione.
Il problema è la sovrabbondanza (anche di sentimenti): la lista è troppo lunga e si cade un po' nella ripetitività. Il finale non risulta credibile e il lettore non riesce ad accompagnare Sole fino alla fine del percorso. Ci si congeda da lei un po' prima, quando la vicenda narrata non esagera in coincidenze e  fortunati incontri. Mi è sembrato ugualmente un romanzo gradevole, anche se non perfettamente riuscito.
Voto: 3

L'apprendista geniale - Anna Dalton
Trama: Andrea attraversa il cancello del college di corsa, mentre il panorama di Venezia si perde all'orizzonte. È in ritardo, come sempre, e ancora più maldestra del solito, con il pesante borsone sulle spalle. Ma in tasca stringe tra le dita qualcosa che riesce a darle sicurezza ogni volta che è necessario: un foglietto di carta con su scarabocchiato «scrivi, scrivi, scrivi». Tre semplici parole che la madre le ha insegnato quando era una bambina. Tre semplici parole che ancora adesso segnano la strada verso il suo sogno: diventare giornalista. Dal giorno in cui è riuscita a tenere la penna in mano, Andrea ha riempito fogli e fogli, scrivendo di qualunque argomento. E questo il suo modo di distogliere la mente da ogni altro pensiero. Ora finalmente è entrata in una delle scuole di giornalismo più prestigiose al mondo, e ci è riuscita grazie a una borsa di studio per i suoi ottimi voti. Ecco la sua forza. Ma quello che ha imparato finora rischia di non bastare: tra quelle aule l'ambizione è il motore di ogni cosa e ci sono persone pronte a tutto pur di ostacolarla, pur di intralciare la conquista dei suoi obiettivi. Senza scrupoli. Per fortuna accanto a lei ha tre amici che non si sono arresi davanti alla sua indole timida e solitaria. C'è Marilyn, che veste sempre di nero. Andre, che la segue ovunque, come un'ombra. E soprattutto l'enigmatico ragazzo che si fa chiamare Joker e che, dietro un enorme sorriso, nasconde qualcosa che il cuore di Andrea non vede l'ora di scoprire. Con loro si sente più al sicuro. Eppure la posta in gioco è molto alta. Diventare una giornalista per lei significa tutto, e ora deve stringersi più che può al suo sogno. Non può deludere la persona a cui anni fa ha promesso di difenderlo. Anche se ci vuole un coraggio che pensava di non avere.
Titolo: L'apprendista geniale - Autore: Anna Dalton -  Casa editrice: Garzanti - Anno pubblicazione: 2018 - Pagine: 270

Come prima cosa mi chiedo che senso abbia la copertina che svia completamente il lettore dalla reale ambientazione del libro. Siamo a Venezia, ma la protagonista non è uscita da un Harmony. No, no, no. Andrea è una giovane donna (che comunemente verrebbe definita una nerd) con una grande passione per il giornalismo, i giochi di ruolo e la saga di guerre stellari. La sua Venezia è quella contemporanea. Questo romanzo è ambientato in un college di giornalismo e si rivolge principalmente ai ragazzi della fascia 15-25 anni. Provate a far vedere questa cover ad un rappresentante della categoria descritta. Probabile che scappi a gambe levate dalla parte opposta (quella gonna rossa mossa dalla brezza è veramente fuori luogo). Detto o meglio scritto questo il libro mi è piaciuto. Coinvolge (ho sempre adorato le ambientazioni al college) e la protagonista ha quel giusto grado di nerditudine che la rende originale e indifesa al tempo stesso. La sua grande missione è "scrivere" e sono veramente gradevoli i brani in cui se ne parla. Il suo gruppo di amici incarna un po' alcuni stereotipi, ma non per questo è meno azzeccato (il patito del cinema, la vamp cinica, il gay simpatico, il timido imbranato e pure la perfida stronza ricca sua antagonista).
Cosa manca? Qualcosa nella trama, una vaghezza che sa di indefinito, come se il libro anticipasse una battaglia che poi non avviene. Resta un senso di incompletezza. Difficile anche trovare la genialità dell'apprendista. Pazienza. Abbiamo pur sempre Venezia, alcune frasi da ricordare e la saggezza del maestro Yoda.
Fare o non fare! Non c'è provare
Per fugare ogni dubbio dichiaro già adesso che il seguito lo leggerò, perché da Andrea mi aspetto qualcosa di più in futuro.

Voto: 3,5


Ci rileggiamo alla prossima recensione, che probabilmente sarà "Jane di Lantern Hill" di Lucy Montgomery. Forse. Oppure saranno altre mini recensioni. Chi può dirlo. ;-)

mercoledì 3 ottobre 2018

Oliver Loving - Stefan Merrill Block


TRAMA
Bliss, Texas. Alle 9.09 di sera del 15 novembre, durante il ballo della scuola, un ex alunno ventunenne, smilzo e pieno di tatuaggi, Hector Espina Junior, parcheggia il suo pick-up fuori dall'ingresso laterale ed entra nell'edificio con un fucile d'assalto comprato a una fiera di armi a Midland. Non si dirige in palestra dove i ragazzi stanno ballando e potrebbe fare una carneficina, bensì nell'aula sul retro, dov'è radunato il gruppo teatrale in attesa di salire sul palco. Hector non dice una parola prima di mettersi a sparare. L'orrore è amplificato dalla rapidità dell'attacco: il tutto non dura più di un minuto. Mentre esce dall'aula, l'assalitore si imbatte in Oliver Loving, un diciassettenne allampanato, timido e maldestro. Un ragazzo che desidera soltanto passare inosservato, bravo a scuola e impacciato con le ragazze, soprattutto con quella cui muore dietro da un anno, Rebekkah Sterling, uno scricciolo pallido con i capelli color rame. Hector spiana il fucile, trucidando il futuro dell'intera famiglia Loving, prima di togliersi lui stesso la vita. Dieci anni dopo Oliver è ancora il «martire» di Bliss, ricoverato, in coma vegetativo, nella Crockett State Assisted Care Facility. Attorno al suo letto d'ospedale orbitano le vite dei suoi familiari: la madre, Eve, che trascorre quattro ore al giorno accanto al letto del figlio, convinta che basterebbe una distrazione perché Oliver scivoli via per sempre; il padre, Jed, che ha affogato il suo dolore nel whiskey e confonde il giorno con la notte; Charlie, il fratello minore, che si è trasferito a New York e, a suo dire, sta scrivendo un libro dedicato proprio a Oliver; e, infine, Rebekkah Sterling, l'amore giovanile di Oliver, che si è misteriosamente salvata dalla sparatoria per svanire poi nel nulla, senza rispondere alle domande dei giornalisti. Quando un nuovo test medico sembra promettere una soluzione per liberare la mente intrappolata di Oliver, sulla bocca di tutti affiora la domanda: potrà Oliver tornare a comunicare, e raccontare così ciò che è realmente accaduto in quella fatidica notte?
Titolo: Oliver Loving • Autore: Stefan Merrill Block • Editore: Neri Pozza • N. pagine: 351 • Anno di pubblicazione: 2018 • Copertina flessibile € 18,00 • Ebook € 9,99


Ho terminato da poco questa lettura e sto ancora cercando di mettere insieme le idee sulle sensazioni che mi ha suscitato. Certamente non è una lettura da fare tutta d'un fiato, ma necessita del suo tempo per dare modo al lettore di contenere tutto il carico di disperazione che porta con sé.
Oliver Loving è il protagonista di questa storia, ma a lui viene riservato il compito di perno attorno al quale ruota tutta la narrazione. La sera del ballo della scuola del paese a Bliss, un ex studente ispanico, Hector, si presenta nel camerino dove sono riuniti i ragazzi che a breve dovranno recitare sul palco e li trucida insieme al loro insegnante. Solo una ragazza non viene colpita, Rebekkah, la ragazza di cui Oliver è segretamente innamorato. Oliver non si trova in quel camerino, ma appena sente gli spari corre in soccorso di Rebekkah e nel corridoio si imbatte in Hector che nella fuga fa esplodere un colpo che lo raggiunge alla testa, non uccidendolo ma precipitandolo in un buco nero dal quale dieci anni dopo non è ancora riemerso.
Da quella notte sembra che il tempo si sia dilatato creando una sorta di sospensione dove il mondo com'era prima si sgretola pian piano.
Pagina dopo pagina il lettore assiste ai cambiamenti lenti e inesorabili che quegli eventi hanno innescato in tutte le persone coinvolte, in primo luogo alla famiglia di Oliver.
"Ogni famiglia è un mistero che nessun investigatore, nemmeno Sherlock Holmes, può sperare di risolvere."
E la famiglia Loving è veramente un mistero insondabile.
Eve, la madre di Oliver, è ossessionata dal pensiero che il figlio sia ancora presente, intrappolato in un corpo che non risponde e attende il miracolo giorno dopo giorno. 
"Insomma, pur non rendendosene conto, Eve era una donna assai attraente, benché corrosa dalla sofferenza."
Eve, rimasta sola dopo aver allontanato il marito colpevole di non credere alla possibilità del miracolo per Oliver, ma sempre alla ricerca del miracolo che renda onore al suo talento artistico, e dopo essere stata abbandonata anche dal figlio minore, Charlie che la accusa di non averlo mai considerato prima dell'incidente, tanto meno dopo, cerca invano ogni espediente per sentire la vita continuare a scorrere nelle vene, arrivando a compiere furti in ogni negozio del circondario con la scusa che quel determinato oggetto "serve per Oliver".
Jed, il padre, è un artista fallito, ritrovatosi ad insegnare nella stessa scuola di Oliver per poter sbarcare il lunario, un uomo irrisolto, insoddisfatto, che annega i pensieri nell'alcool.
Charlie, il fratello, dopo qualche anno passato a vedere la madre distruggersi e il padre annientarsi senza che il minimo pensiero nei suoi confronti li sfiorasse, decide di fuggire a New York per provare a coronare il suo sogno di diventare uno scrittore, magari proprio con la storia della sua famiglia. Ma per lui c'è sempre un particolare stonato, un qualcosa che devia la sua strada verso il successo.
"Se qualcuno gli avesse chiesto di indicare la parola più adatta a riassumere la sua vita all'età di ventitré anni, Charlie avrebbe scelto "però"."
Il paese stesso di Bliss, dopo quella notte implode su se stesso, la scuola viene chiusa e le attività ruotano solo attorno alle commemorazioni dell'accaduto, trasformandolo in un paese fantasma.
Tanti sono gli interrogativi che affiorano alla mente del lettore: perché Hector ha compiuto quel gesto? E perché proprio nel camerino anziché nel salone gremito? Come mai Rebekkah è stata risparmiata? Qual è il rimorso che attanaglia Jed tanto da non riuscire ad affrontare la vista del figlio nel letto di ospedale? Tutti nascondono dei segreti e Oliver sembra essere l'unico a poter dare risposte. 
Pian piano la matassa viene sbrogliata e il quadro che si para davanti agli occhi del lettore non è certamente un quadro di redenzione, quanto piuttosto un dipinto a tinte fosche dell'animo umano e dei segni che le esperienze familiari lasciano sulla pelle e nel cuore.
"La storia non si ripete, ma qualche volta fa rima con se stessa."
E se si tratta di un verso d'amore la rima non può che migliorare la storia, ma se si tratta di un verso di violenza e sopraffazione la rima non potrà che peggiorarla.
Un libro che fa certamente riflettere molto sulle dinamiche familiari, ma che getta anche una luce  su due questioni spinose: sulla situazione dell'emarginazione della popolazione ispanica, della loro condizione di indesiderati, e sulla condizione dei malati in coma vegetativo, sulla scelta straziante che i familiari devono compiere tra l'aggrapparsi ad ogni più flebile speranza o il lasciare che la vita compia il proprio corso naturale, senza l'ausilio di macchinari.
Block ha una scrittura molto ricca e poetica e riesce ad immergere il lettore nell'atmosfera in cui vivono i suoi protagonisti.
Un libro da leggere, consapevoli dei demoni che si incontreranno.
Ringrazio Neri Pozza per la copia cartacea.