lunedì 25 febbraio 2019

Il club dei perdenti - Andrew Clements

Trama: Se sta leggendo un libro che gli piace, Alec non lo molla, neanche per seguire le lezioni. Così, quando la preside Vance gli dà un ultimatum, “o stai attento in classe oppure…”, si fa venire un’idea. Per non perdere preziose ore di lettura, fonda un club. Un club di cui intende essere l’unico membro. In fondo leggere non è un gioco di squadra e nessuno si iscriverebbe mai a un club che si chiama “dei perdenti”, giusto? Però, man mano che gli altri ragazzi scoprono il suo club, compreso un ex amico diventato bullo e una ragazza che comincia a piacergli, Alec nota una cosa. La vita reale può essere più complicata dei suoi libri preferiti, ma è altrettanto interessante.
Titolo: Il club dei perdenti
Autore: Andrew Clements
Casa editrice: Rizzoli
Anno Pubblicazione: 2018
Pagine: 251
Oggi vi racconto di un libro che mi ha convinta al 100% e che regala degli interessanti spunti di riflessione. Il protagonista, Alec, è un grande appassionato di libri, tanto che ci si perde proprio dentro, purtroppo anche durante le ore di lezione e per questo è una sorta di "sorvegliato speciale". Il nuovo anno scolastico per lui inizia con una sgradita sorpresa: dovrà fermarsi al doposcuola e tra le varie attività previste non figura la lettura. Starsene in una angolo a leggere sembra proprio essere un'attività vietatissima. Ci sono club sportivi, di robotica, di origami, di costruzione con i lego o di compiti, ma è proibito sedersi a leggere senza disturbare nessuno. Questa cosa mi ha veramente infastidita e allo stesso tempo dimostra che il lettore è un soggetto libero, di difficile classificazione e per questo spesso, soprattutto dai non lettori, viene visto con sospettoQuanto disturba a pelle la sua inattività, il suo stare dietro e dentro ad un libro a pensare?  All'interno di una struttura "articolata" come quella scolastica è ancora più impensabile: bisogna far qualcosa e codificarlo e questo qualcosa deve produrre degli effetti "visibili". Ma Alec è furbo! Ha la trovata geniale di creare un club di lettura dal nome insolito "Il club dei perdenti". Basteranno due membri e potrà trascorrere i pomeriggi a leggere indisturbato. Due è un numero perfetto e con quel nome di sicuro non ci saranno altre iscrizioni (pensa lui). Il secondo membro è Nina, una ragazzina nuova anche lei con la febbre per la lettura. Solo che... c'è sempre un solo che. Solo che Nina è carina, solo che Kent ex amico di Alec e ora suo principale vessatore (lo chiama Topo di biblioteca) vuol farsi notare da Nina. Solo che al club dei perdenti iniziano ad iscriversi altre persone. Dove tutti si sentono obbligati a primeggiare e a vincere quanto potrà essere rilassante  leggere in pace senza dover reggere il peso delle aspettative? Insomma, questo sviluppo Alec non lo aveva calcolato, ossia che il club iniziasse ad essere affollato e conosciuto. E quando si inizia ad essere in tanti (ma non in troppi) è inevitabile interagire. Perché c'è sempre un momento nella vita di un lettore in cui la lettura diventa un ponte, un tramite con le esperienze reali, un punto di incontro con altre persone. Perché ogni lettura, come ogni entusiasmo, chiede di essere condivisa.
Il messaggio più potente che ci trasmette questo libro è che non si può leggere senza che i libri ti cambino e ti rendano migliore.  Alec non cede mai alla tentazione di spersonalizzare i suoi avversari e Kent non viene relegato al ruolo di bullo a tutto tondo. Sarebbe comodo cadere in semplificazioni, ma gli alti valori che Alec ha appreso tra le pagine esigono di essere trasposti anche nella sua vita di teenager. Costa fatica questo esercizio, ma è una grande lezione di empatia, di moderazione e in definitiva di civiltà.
Un libro di questo tipo, in tempi tanto urlati e rabbiosi, è una fiaccola nel buio, un pensiero diverso e pacificatore, un modo nuovo di vedere le cose. Niente di eclatante forse, ma un piccolo seme che piantato in un terreno fertile può dare un frutto. Esiste anche una via diversa di combattere: per strapparci di dosso le etichette che ci hanno attaccato non serve  sempre passare alla guerra. A volte è sufficiente mantenere il punto ed andare avanti, convinti e gentili, per la propria strada.
I perdenti non sono dei falliti, forse si sono solo persi dentro a qualcosa, ad un libro, ad un'idea, a un diverso sentire che scrive nuove regole del gioco, dove non è importante arrivare per primi, ma arrivare e arrivare bene, senza tradire la propria natura.
Per gli appassionati lettori e gli estimatori della letteratura per ragazzi segnalo inoltre che il libro è pieno di riferimenti ad altri libri. Degli spunti per altre letture, per il gioco al rimando che tanto ci piace.
Un altro romanzo da tener presente. Si consiglia di entrare nel club.





venerdì 22 febbraio 2019

L'isola delle anime - Johanna Holmström

Oggi vi parlo di un libro doloroso e intenso, a tratti crudo a tratti poetico, che tocca l'animo del lettore fin nel profondo
Titolo: L'isola delle anime • Autore: Johanna Holmström • Editore: Neri Pozza • N.pagine 363 • Anno di pubblicazione 2018 • Copertina morbida € 18,00 • Ebook € 9,99
TRAMA
Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull'acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell'imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell'acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi. La giovane donna viene mandata su un'isoletta al limite estremo dell'arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt'attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. E Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate. Dopo quarant'anni l'edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l'infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c'è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava. L'infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell'isola di Àbo.

L'isola delle anime non è, purtroppo, un luogo di fantasia, bensì un'istituzione realmente esistita tra il 1889 e il 1962. L'isola di Själo, infatti, ha ospitato un manicomio che accoglieva sole donne con lo scopo teorico di curare disturbi mentali, ma che effettivamente usava, letteralmente, le proprie pazienti per studiare gli effetti delle cure somministrate. Tante cavie inconsapevoli alle quali veniva riservato ogni genere di trattamento 
"Le diagnosi sono varie, ma la cura quasi non varia da caso a caso, piuttosto si adatta alla situazione. Le pazienti vengono calmate con bagni caldi o freddi. Con clisteri. Con borse di ghiaccio. Con canfora e bromuro di potassio. Con emetici. Con le cinghie. Con le camicie di forza. Con l'isolamento. Si tratta di disciplinare, di punire, di costringere all'obbedienza e al lavoro."
Non tutte le pazienti, però, soffrivano di reali disturbi psichici: tra loro c'era anche chi aveva messo in imbarazzo la famiglia con qualche azione sconsiderata, o chi non aveva dove andare e lì trovava un letto e un pasto caldo.
Johanna Holmström sceglie di raccontarci le varie sfaccettature di quanto accadeva tra quelle mura, attraverso la storia di quattro donne, ritrovatesi a condividere spazi, respiri, speranze e umiliazioni. È un romanzo corale, quello che ci dona, nel quale verrà data finalmente voce a chi non ne ha mai avuta. 
La prima storia è quella di Kristina, una donna che alla fine del 1800 si ritrova a combattere quotidianamente con la difficoltà di crescere due figli piccoli da sola, perché il suo compagno lavora lontano, la sua famiglia le nega un aiuto e lei è costretta a lavorare tutta la giornata per poter sopravvivere in attesa del ritorno del compagno. Attraverso la scrittura potente ed evocativa dell'autrice percepiremo noi stessi la stanchezza pervadere tutto il corpo, proveremo il desiderio straziante di poter avere anche un solo momento di sollievo dai pianti di due bambini affamati, sentiremo la rabbia devastante montarci dentro perché nessuno si rende conto che Kristina ha un estremo bisogno di aiuto, fosse anche una sola ora di sonno ininterrotto o un bagno fatto in santa pace.
Quante donne anche al giorno d'oggi si ritrovano nella stessa situazione? Sopraffatte, svuotate da ogni energia fisica e psichica, che non vedono altra alternativa all'eliminare la causa del loro malessere, senza nemmeno un barlume di coscienza su ciò che questo implica.
Kristina caricherà i suoi due bambini addormentati su di una barca, si spingerà al largo per poi lasciarli scivolare nelle acque gelide del lago, in una delle descrizioni più strazianti e devastanti che io abbia mai letto. Questo passo mi ha tolto il respiro per qualche secondo, mi ha fatto provare contemporaneamente angoscia per la sorte dei bimbi e compassione nei confronti di una donna che non riesce più a concepire l'idea di affrontare un altro giorno in quelle condizioni.
Kristina arriverà a Själo con in mente un solo pensiero: trovare i suoi bambini.
Oltre alla storia di Kristina conosceremo i tormenti di Elli e Karin, due spiriti ribelli, che si riconosceranno e saranno gioia una per l'altra, fino al momento in cui a Elli viene proposta una soluzione per poter abbandonare l'ospedale, una mutilazione fisica.
Elli si ritroverà a combattere tra il desiderio di ritornare nel mondo reale anche se menomata fisicamente ed emotivamente, sapendo di aver abbandonato Karin laggiù, e la tentazione di rimanere integra nel fisico e nei sentimenti, ma confinata in quel luogo dimenticato da tutti.
A far da filo conduttore nelle vite di queste donne, troviamo Sigrid, un'infermiera con la vocazione per questa professione, una donna compassionevole, un animo sensibile che con un enorme senso di impotenza si trova ad interrogarsi sul motivo per il quale lei, che spesso fa pensieri analoghi a quelli delle sue pazienti, sia considerata sana solo in virtù della divisa che indossa.
L'ospedale di Själo con la conclusione della guerra non riceverà più nuove pazienti, quasi ci fosse un parallelo tra la guerra armata e la guerra contro i tentativi di affermazione delle donne rinchiuse tra quelle mura. 
Una volta arrivata alla fine di questo romanzo, ho riletto il prologo (cosa che consiglio di fare a chi vorrà affrontare questa lettura) che alla luce di quanto vissuto fino a quel momento assume un significato profondo e le lacrime sono sgorgate copiose: il ritrovamento di flaconi di medicinali pieni di foglietti scritti a mano ha trovato una precisa collocazione nella mia mente.
"Ogni luogo di quell'isola è legato a un ricordo."
Così è per Sigrid e ora lo è anche per me.



lunedì 18 febbraio 2019

[Questa volta leggo...] Il piccolo negozio della felicità hygge - Rosie Blake

Trama: È autunno nella cittadina di Yulethorpe, e una pioggerella gelata scende da giorni. A rendere ancora più tristi gli animi arriva la notizia che l'ultima bottega del centro, l'adorabile negozietto di giocattoli della signora Louisa, sta per chiudere i battenti. Per Yulethorpe sarà un inverno più gelido del solito, ma la speranza ha il volto di un angelo biondo di nome Clara Kristensen. In paese per una vacanza, la ragazza è il ritratto della salute e della felicità. In lei tutto è hygge, come dicono i danesi: è allegra, solare, con un senso profondo della famiglia, ama le candele profumate, i bambini, i cani e i libri. Clara si rimbocca le maniche e rivoluziona il negozio, trasformandolo in un luogo magico e accogliente. In mezzo all'entusiasmo che ha contagiato grandi e piccini, però, salta fuori Joe. È il figlio della proprietaria, un tipo tutto business, sposato con il suo smartphone, e teme che quella di Clara sia una manovra per mettere le mani sugli affari della madre. Del resto, nessuno si darebbe tanto da fare solo per restituire il sorriso ai bambini, no? Tra esilaranti malintesi e scontri all'ultimo fendente, riuscirà Clara, con i suoi occhi azzurri e i modi scandinavi, a convincere lo scostante e ruvido Joe che il segreto della felicità non è il denaro?
 
Titolo: Il piccolo negozio della felicità hygge
Autore: Rosie Blake
Casa editrice: Newton Compton Editori
Anno pubblicazione: 2018
Pagine: 314


Oggi un nuovo appuntamento della rubrica "Questa volta leggo..." ideata dai blog La lettrice sulle nuvole  e  Le mie ossessioni librose. Per il mese di febbraio, con mio grande disappunto, la scelta è ricaduta su ...un libro romance: Ero tentata di rinunciare a passare al mese successivo, ma poi mi sono detta "Dai Lea, un po' di elasticità! E poi ti ricordi quanti begli Harmony ti sei letta quando eri giovane? Ammettilo che hai sospirato anche su Twilight!".
Ero molto indecisa su cosa scegliere: troppo sesso no, protagonista troppo giovane no, ambientazione glamour no. A pensarci bene non ho ben chiaro cosa sia esattamente un romance. I love shopping rientra nella definizione? O è un chick lit? Anche la serie di Cormoran e Robin è un po' romance a pensarci bene. Insomma, ho cercato un romanzo a sfondo romantico. Purtroppo non ho cercato abbastanza bene e sono incappata in un libro carino, ma per niente memorabile. Ora ve lo racconto.
 
 
 
Clara è una giovane danese che si trova in Inghilterra, in un piccolo paesino di campagna, non molto distante da Londra. Dove sia stata prima non si sa, quali siano i suoi  progetti per il futuro nemmeno. Ha uno zaino sulle spalle ed i capelli biondi. Casualmente, mentre è al pub, assiste ad una movimentata conversazione nella quale una certa Louisa, proprietaria di un negozio di giocattoli, annuncia di voler chiudere l'attività per andarsene in Spagna. Gli affari vanno male e il paesino, seppur delizioso, è in piena recessione economica, tanto che non ha più nemmeno una caffetteria. Beh, cosa fa Clara? Quello che faremmo tutte, se vivessimo in un libro romance, ossia si presenta a casa di Louisa più o meno offrendosi di seguire il negozio mentre la proprietaria è all'estero. Essendo Louisa abbastanza fulminata le lascia in consegna un gatto e un pappagallo e parte. Clara è molto hygge (non sapete cosa significhi? vergogna! correte a documentarvi su Wikipedia) e in poco tempo sistema l'appartamento e anche il negozio, rendendo ambedue dei posti meravigliosamente accoglienti e pieni di magia
Il figlio di Louisa, Sam, è un uomo d'affari molto molto impegnato, che vive a Londra praticamente all'interno del proprio ufficio e fissa gli appuntamenti galanti su Tinder. Questo Sam (prevedibilmente) non è tanto felice di scoprire che a casa della madre si è trasferita un'estranea (e pure straniera) e allora si reca subito al paesello per verificare. Clara lo scambia per un ladro e lo lega come un salame con le lucine natalizie. Avete letto bene!
Non credo sia necessario procedere con lo svelamento della trama. Clara è hygge perché nasconde un dolore, mentre Sam è palloso e stacanovista perché nasconde pure lui un dolore. Nel libro non mancano le candele,  i bagni rilassanti, le cene fatte in casa, i libri da leggere in poltrona, le coperte morbide, le passeggiate nei campi, i baci (uno) e i bambini. Questo è molto hygge e ... sorpresa. Mi sono resa conto di essere hygge anch'io!
Cosa non funziona nel libro che ho poco carinamente banalizzato? Che Sam è un personaggio per nulla interessante, come ce ne sono mille, con i telefonini ed i pc sempre accesi, con l'aggravante che quando non è connesso e tecnologico ha ben poco da dire. Se devo essere sincera è un personaggio così poco interessante, che solo ora mi sono resa conto che si chiama Joe! E' possibile che uno di cui non ti ricordi manco il nome ti possa far battere il cuore o sospirare? Naaaaa.
E Clara? E' simpatica, ma anche lei non ha caratteristiche particolari (non basta leggere Jane Austen per essere originali).
Cosa invece funziona? Le lettere dall'estero della spassosa Louisa, il segreto di Gavin il barista tatuato e soprattutto le citazioni del pappagallo Lady CaCa. Questo volatile ama ripetere frasi dei film e sono sempre azzeccate. Da "Nessuno può mettere Baby in un angolo" a " Tu non puoi reggere la verità",  fino a "Portami a letto, fammi impazzire". Il pappagallo è proprio il personaggio più bello del libro (ehm).
In definitiva un romanzo gradevole, ma non abbastanza coinvolgente o sconclusionato per intrigarmi.
Consigliatemi per favore un romance che possa piacermi: tra le altre cose deve parlare di libri, di  oggetti di cartoleria, di origami ....no scusate, li ho già letti sono La piccola libreria dei cuori solitari e Paper magician. Ok fate voi, ma che abbiano lo stesso pizzico di magia di C'è posta per te (il film con Meg Ryan) e del Il favoloso mondo Amelie.
Aiutate questa arida donna a ritrovare un cuore (che non sia di cioccolato).
 





Ed ora vediamo le altre recensioni in programma questo mese:




 
 
 

venerdì 15 febbraio 2019

Volevamo andare lontano - Daniel Speck

Titolo: Volevamo andare lontano • Autore: Daniel Speck • Editore: Sperling & Kupfer • N.pagine 543 • Anno di pubblicazione 2018 • Copertina rigida € 19,90 • Ebook € 9,99
TRAMA
Milano, 2014. Julia, giovane e brillante stilista tedesca, sta per affrontare la sfilata che potrebbe finalmente coronare i suoi sogni. Ma, proprio mentre guarda al futuro, il passato torna a cercarla nei panni di uno sconosciuto che sostiene di essere suo nonno. Dice di essere il padre di quel padre che lei ha sempre creduto morto, e le mostra la foto di una ragazza che potrebbe essere Julia stessa, tanto le somiglia, se solo quel ritratto non fosse stato scattato sessant'anni prima. Milano, 1954. Vincent, promettente ingegnere tedesco, arriva da Monaco con il compito di testare una piccola automobile italiana che potrebbe risollevare le sorti della BMW. È così che conosce Giulietta, incaricata di fargli da interprete, e se ne innamora. Lei è una ragazza piena di vita e di sogni - ama disegnare e cucire vestiti - ma è frenata dalla sua famiglia, emigrata dalla Sicilia, e da una promessa che già la lega a un altro uomo. Si ritroverà a scegliere tra amore e dovere, libertà e tradizione, e quella scelta segnerà il destino di tutte le generazioni a venire. Fino a Julia. Proprio a lei, oggi, viene chiesto da quel perfetto estraneo di ricucire uno strappo doloroso, di ricomporre una famiglia che non ha mai conosciuto. Ma che ha sempre desiderato avere. Se accetta, l'attende un viaggio alla ricerca della verità, un tuffo nel passato alla scoperta delle sue radici. L'attendono bugie e segreti che potrebbero ferirla: il prezzo da pagare per riavere un mondo di affetti che le è sempre mancato. L'attende la scoperta emozionante di un amore incancellabile a cui va resa giustizia e di una donna luminosa che, all'insaputa di Julia, vive da sempre dentro di lei e dentro i suoi sogni.


Premessa: questa non è una recensione facile da scrivere, perché all'interno di questo romanzo ci sono talmente tante situazioni, emozioni e talmente tanta vita, che raccontare tutto questo in un post è un'impresa titanica, ma cercherò di fare del mio meglio, già sapendo che non riuscirò a trasmettere tutto quello che vorrei. 
La storia inizia con Julia, giovane stilista tedesca ad un punto cruciale della sua vita. Sta tentando il tutto per tutto per costruirsi finalmente un nome, un futuro nel dorato mondo della moda, per trovare finalmente quell'identità che in famiglia non è riuscita ad avere.
Figlia di una madre hyppie e di un padre visto una sola volta, Julia si ritrova a Milano per presentare la collezione che potrebbe dare una svolta alla sua vita. Quella sera la sua vita effettivamente cambierà, ma non per merito di un modello azzeccato, bensì per mezzo di una fotografia scattata 60 anni prima, nella quale Julia vede una donna identica a lei.
"Lì davanti a me non vedevo un'estranea, bensì un'eco della mia anima che tornava da un mondo passato. In quella fotografia riconoscevo me stessa in una donna in un'altra epoca, in abiti diversi, accanto ad un uomo sconosciuto. Era tutto così inspiegabilmente vero, assurdo e misterioso da togliermi la parola."
In quella foto c'era Giulietta, la nonna paterna, una donna che Julia non ha mai conosciuto ma che da quel momento irrompe nella sua vita attraverso Vincent, un tedesco che dice di essere suo nonno.
Da quel momento inizia il racconto di un'epoca, attraverso la storia della vita dura e dolorosa di una donna si racconterà la storia di un popolo, fiero, orgoglioso, pronto a mettersi alla prova per costruirsi un futuro.
La storia di tanti italiani che hanno lasciato il cuore nelle proprie terre per salire su un treno che li ha portati oltre confine, a vendere le proprie braccia e il sudore della propria fronte al miglior offerente, con l'unico scopo di offrire un futuro alla propria famiglia e di poter poi ritornare a testa alta all'unico luogo considerato casa.
La famiglia Marconi parte dall'isola di Salina per approdare a Milano con l'umiltà di chi si mette in gioco e con la voglia di fare qualcosa di grande. Tutto sembra filare liscio finchè le loro strade non incrociano quella di Vincent, un tedesco arrivato a Milano per condurre una collaborazione tra la BMV e la ISO Rivolta, fabbrica nella quale lavorano Giovanni e Giulietta, i due giovani Marconi. Tra Vincent e Giulietta sarà subito sintonia, ma come spesso accadeva a quei tempi, l'amore nulla potrà contro le convenzioni e le ragioni della famiglia. Tante sono le cose accadute delle quali Julia non sa nulla, perché la madre ha deciso che lei non dovesse sapere, arrivando addirittura alla menzogna più terribile, dirle che il padre è morto in modo da non spingerla a cercarlo.
"La vita non è una linea retta. Si muove in maniera circolare. Torniamo sempre alle origini."
Ed è alle origini che Julia tornerà, per scoprire la sua storia attraverso quella della sua famiglia .
Speck ha la capacità di calare il lettore nel cuore delle vicende che sta raccontando, rendendolo parte della famiglia Marconi, facendogli respirare le atmosfere, ricostruendo fedelmente le ambientazioni e disegnando impeccabilmente i sentimenti. 
Non a caso, la parte che ho apprezzato di meno è stata la storia di Vincenzo e Tanja, i genitori di Julia, vissuti nel periodo delle contestazioni, del terrorismo, che hanno riversato tutte le loro frustrazioni verso la società, rea di non comprendere il loro disagio, trincerandosi dietro la giustificazione della causa comune. Dico non a caso perché quello è il periodo storico che più detesto, perché proprio non mi riesce di entrare in empatia con chi decide di guardare agli errori degli altri per non vedere i propri, usando come strumento la violenza.
Il personaggio che invece mi è entrato nel cuore è proprio Giulietta, con la sua abnegazione, la sua forza e la sua tenacia, con il suo grande amore verso il figlio, frutto e simbolo di un amore negato, che nonostante i suoi mille errori, ha cercato fino alla fine di far andare le cose come "sarebbero dovute andare", pagando a caro prezzo gli unici momenti in cui ha provato ad essere felice.
Un romanzo che racconta di noi, di come siamo e di come lo siamo diventati, un omaggio appassionato che Daniel Speck fa al popolo italiano e alle sue tradizioni. Dovremmo tutti provare a vederci con i suoi occhi per ritrovare quell'orgoglio che ci ha fatto grandi e che si sta, purtroppo, un po' perdendo.





lunedì 11 febbraio 2019

Il censimento dei radical chic - Giacomo Papi

Trama: In un’Italia ribaltata – eppure estremamente familiare –, le complicazioni del pensiero e della parola sono diventate segno di corruzione e malafede, un trucco delle élite per ingannare il popolo, il quale, in mancanza di qualcosa in cui sperare, si dà a scoppi di rabbia e applausi liberatori, insulti via web e bastonate, in un’ininterrotta caccia alle streghe: i clandestini per cominciare, poi i rom, quindi i raccomandati e gli omosessuali. Adesso tocca agli intellettuali. Il primo a cadere, linciato sul pianerottolo di casa, è il professor Prospero, colpevole di aver citato Spinoza in un talk show, peraltro subito rimbrottato dal conduttore: “Questo è uno show per famiglie, e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore”. Cogliendo l’occasione dell’omicidio dell’accademico, il ministro degli Interni istituisce il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic per censire coloro che “si ostinano a credersi più intelligenti degli altri”. La scusa è proteggerli, ma molti non ci cascano e, per non essere schedati, si affrettano a svuotare le librerie e far sparire dagli armadi i prediletti maglioni di cachemire. Intanto Olivia, la figlia del professore, che da anni vive a Londra, rientrando per il funerale, trova un paese incomprensibile. In un crescendo paradossale e grottesco – desolatamente, lucidamente divertentissimo –, Olivia indaga le cause che hanno portato all’assassinio del padre.
 
Titolo: Il censimento dei radical chic
Autore: Giacomo Papi
Casa editrice: Feltrinelli
Anno pubblicazione: 2019
Pagine: 141
 

 
Ho terminato questo libro da almeno dieci giorni, ma fatico a scriverne perché devo trovare le parole giuste per renderne la meravigliosa complessità fatta di semplicità. La sua terribile bellezza, chiara e fulminante, come una scossa elettrica che ti fa male. Fa malissimo. 140 pagine di disillusa, graffiante e amara realtà, un bolo di rammarico e disperazione che ti riaffiora in bocca. Disgustoso e indigeribile. Questo romanzo ti fa venir voglia di sbattere la testa contro il muro e non basta il lieve accenno di ottimismo o di resistenza che lo pervade per farti riprendere dalle bastonate. Mi riferisco alle bastonate metaforiche che il lettore radical chic si prende in testa, come quelle che ad inizio libro, non metaforicamente, uccidono il professore reo di aver citato Spinoza in un talk show.
Ho letto l'acuta, ironica e garbata recensione di Azzurra di Silenzio, sto leggendo (qui) e ho pensato che non avrei saputo rendere altrettanto bene il valore di queste pagine: lei è una giornalista e riesce a ricomporre il tumulto in frasi che illuminano il suo pensiero, mentre io qui mi sento quasi afasica per colpa del turbamento post lettura di cui sono preda. Sono andata ad ascoltare l'intervista che Papi ha rilasciato su Il cacciatore di libri (qui) per cercare di riordinare le idee e non farle restare nel magma dell'emotività e credo in parte di esserci riuscita. E' come dice lui, attraverso le parole del suo luciferino Ministro dell'Interno, ossia "dove comanda la ragione, la statistica muore". Andiamo con ordine:
 
I fatti narrati in questo libro accadranno

Non so se il mondo descritto prenda spunto dalla realtà per estremizzarla, come scrive Alessandra Tedesco nel cacciatore di libri. Secondo me in quella realtà oramai ci siamo in pieno, lo si vede ogni giorno, ad ogni telegiornale. Per questo mi viene da ridere, ma la risata è isterica. La complessità è veramente diventata un disvalore, perché "si frappone tra l'arrabbiato e l'oggetto della sua rabbia, quindi ostacola lo sfiato degli istinti che regola la vita politica di un Paese".
In questi tempi tutti sono arrabbiati mi sembra, tutti sono leoni da tastiera sui social e vomitano rabbia e cattiveria e il ruolo degli intellettuali in questo particolare momento storico dovrebbe essere fondamentale e invece, come dice Papi nell'intervista che ho citato sopra, gli intellettuali non si salvano  perché spesso si presentano come coloro che sanno e invece bisogna avere dei dubbi. L'intellettuale deve parlare con chi non lo è, pacatamente e senza quell'insopportabile atteggiamento di superiorità che lo porta anni luce lontano e avulso da tutto.
Non vi ho detto nulla del romanzo? La sinossi parla da sola e mentre attendiamo l'uscita di una Nuova Grammatica della Lingua Italiana priva del congiuntivo e dei segni d'interpunzione  (tutti sostituiti dai più espressivi e pratici emoticons),  godiamoci questa intelligente lettura, ponendoci delle domande e cercando di maturare delle strategie di resistenza. Motivi e spunti ce ne sono per tutti, soprattutto per chi pensa, a torto o ragione, di essere radical chic. Credo che tutto sommato l'autore abbia scritto una lettera dedicata proprio ai suoi colleghi, per dar loro una scossa, per quanto il grande potere della letteratura resti chiaro e anzi, in una società che pericolosamente si avvicina a forme di governo non democratiche,  sia sovversivo proprio per questo
 
"Non è vero che gli intellettuali non servono a niente."  "Ah no? A cosa servirebbero?" "A sentirsi meno soli." "Le cose dentro ai libri dimostrano che le cose dentro le persone si assomigliano."

In questo libro ritornano tutti i temi portanti di "Cucinare un orso" di Niemi , anche se declinati in forma grottesca e stemperati dell'umorismo. Si ride, ho riso, riderete, ma non per questo vi sentirete meglio. L'autore sembra dire, che alla fine di tutto, abbiamo ancora le parole: nostro dovere impiegarle al meglio per arrivare a comprenderci, confrontarci, trovare quello che ci accomuna oltre le differenze. Questo è un compito che investe tutti quelli che ancora fortemente ci credono, anche se non hanno pubblicato libri e mai lo faranno. Bisogna continuare ad essere curiosi, a fare le domande, a non fermarsi alle risposte stereotipate. Leggete altre recensioni di questo romanzo, andate ad ascoltare l'intervista rilasciata dall'autore, non fermatevi alla prima impressione, all'emozione. Documentatevi, cercate, formatevi una vostra opinione e naturalmente leggetelo. 
Un romanzo da regalare e da lasciare in giro per le città, nei treni, nei bar, negli angoli del bookcrossing perché il suo importante messaggio circoli il più possibile.
Illuminante. 
 
 
 
 
 
 

mercoledì 6 febbraio 2019

Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells - Valentina Ferri

Oggi vi parlerò di un libro particolare, una boccata d'aria fresca arrivata proprio quando ne avevo bisogno.

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Titolo: Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells • Autore: Valentina Ferri • Editore: L'Iguana • N.pagine 126 • Anno di pubblicazione 2018 • Copertina flessibile € 14,00
TRAMA
Lily Bells è una quarantenne single che ama le mises sadomaso, i gatti, i dipinti di Bosch e le biografie delle sante I suoi vicini la considerano una svitata, ma Lily è una donna libera e ironica e per questo se ne infischia. Anche se in effetti qualcosa di strano c'è: la visionaria Lily Bells è convinta di avere il superpotere della bilocazione, ovvero di essere in due luoghi contemporaneamente. Sarà perché ha fatto il pieno di tè, biscotti e cioccolata? I suoi compagni di avventure sono il nano della spazzatura Little Raphael, ex vedette volante in un circo portoghese, Mister Harry Fox con la faccia da volpe, la signorina Cloe Panthy che sorride come una pantera, Mrs Ellen Oinky e il suo posteriore da maiale, Mrs Madeleine Hawk e il fratello Jude che somiglia tanto a un falchetto. Ma un bel giorno, mentre una Lily visita il museo e l'altra Lily organizza merende per bambini immaginari, la nostra eroina in carne e ossa trova un cadavere in un pozzo: scoperta dagli assassini, viene reclusa nelle cantine di un palazzo antico mentre loro si preparano a spiccare il volo a bordo di un biplano a motore. Riuscirà la nostra eccentrica Lily a dare un lieto fine alla sua storia?

Inizio con il dire che sto attraversando, da lettrice, un periodo un po' strano: pensieri che si accavallano,  una sensazione di continua insoddisfazione. Fatico a concentrarmi e questo fa sì che non riesca a portare avanti speditamente le mie letture, pur se mi coinvolgono e appassionano. E questo mi innervosisce terribilmente.
Necessitavo di una lettura leggera, veloce, ma non banale, che potesse distrarmi e divertirmi, e la proposta di questo titolo è caduta proprio a fagiolo. Si è rivelata essere proprio una boccata d'aria fresca, esattamente quello di cui avevo bisogno: una lettura che mi ha regalato qualche ora di evasione senza richiedermi nulla in cambio, ma lasciandomi una sensazione di benessere e soddisfazione.
La signorina Lily Bells è una donna alquanto svampita, come se ne trovano in giro (alle volte ne incontro una anche quando passo davanti ad uno specchio, ma questa è un'altra questione).Parla da sola, alimenta i gatti di tutto il quartiere e cucina prelibatezze per un numero imprecisato di ospiti che puntualmente non si presentano, costringendola a "scofanarsi" da sola tutto quel ben di Dio. Vien da sè che il sonno non possa essere dei più tranquilli, infatti spesso la signorina Lily compie dei viaggi avventurosi in luoghi remoti ed epoche lontane, viaggi talmente reali che la convincono di possedere il dono della bilocazione. Saranno vere bilocazioni o saranno le polpette? Poco importa, perché Lily è in grado di viaggiare senza mettere un piede fuori casa, facendo così viaggiare insieme a lei anche il lettore. D'altronde non è forse un viaggio quello che intraprendiamo ogni volta che apriamo un libro? E allora da bravi lettori, facciamoci accompagnare da Lily non solo nei suoi strampalati viaggi, ma anche alla scoperta dei suoi singolari vicini, che la guardano con occhi sospettosi e perplessi, ma allo stesso tempo si preoccupano per la sua incolumità, tanto che nel momento in cui di Lily non si vedrà più traccia, tutti i vicini si attiveranno coalizzandosi per capire cosa le sia successo. 
La narrazione alterna i pensieri di Lily ad un racconto in terza persona nel quale si evincono i pensieri e le azioni dei vicini di casa, rendendo così la situazione a tutto tondo.Una favola frizzante e briosa, che oltre a far trascorrere qualche ora piacevole sottolinea il valore del sostegno tra vicini, quel modo di essere presenti senza essere invadenti, un valore che era elemento imprescindibile della vita di quartiere fino a qualche anno fa, ma che si sta via via perdendo. Uno spunto di riflessione sul piacere di vivere in un ambiente che ci fa sentire protetti senza essere oppressivo. 
Una lettura che consiglio per un momento di evasione, ma non di superficialità.
Ringrazio l'agenzia Annamaria Riva Comunicazione & Promozione per avermi fornito il pdf del romanzo.


lunedì 4 febbraio 2019

Cucinare un orso - Mikael Niemi

Trama: Lars Levi Laestadius è un carismatico pastore di origini sami, esperto botanico e fondatore di un movimento religioso revivalista che a metà ’800 si diffonde a macchia d’olio tra la gente del Tornedal, nell’estremo Nord della Svezia e della Finlandia. Jussi è il suo fedele compagno e discepolo, un ragazzo sami che Laestadius ha adottato, salvandolo dalla miseria e insegnandogli tutto sulle piante e sulla natura (ma anche a leggere, scrivere e, non meno importante, ad amare e temere Dio). Nell’estate del 1852 nel villaggio di Kengis, Jussi e il pastore sono chiamati d’urgenza da una famiglia di contadini della zona perché una ragazza che badava alle mucche è scomparsa nella foresta. Pochi giorni dopo viene ritrovata uccisa e la gente del posto subito sospetta di un orso. Lo sceriffo Brahe è pronto a offrire una ricompensa per catturare l’animale, ma il predicatore trova altre tracce che indicano un assassino assai peggiore ancora in libertà, e insieme a Jussi s’improvvisa detective, ignaro del male che lentamente si sta avvicinando a lui e che minaccia di distruggere la sua azione di rinnovamento spirituale.
 
Titolo: Cucinare un orso
Autore: Mikael Niemi
Casa editrice: Iperborea
Anno pubblicazione: 2018
Pagine: 507
 
 
 
 Di questo libro tutto è bello e prezioso: il formato compatto e la cover bellissima. Prima di iniziare a leggerlo lo si soppesa tra le mani, lo si guarda come fosse principalmente un oggetto, un contenitore e non solo un contenuto. Mi sono fatta cogliere da una certa tristezza all'idea di doverlo riportare in biblioteca,  perché sembra troppo raffinato per venir etichettato e timbrato, stretto tra altri libri negli scaffali e poi lasciato nelle mani di tutti, mani a volte gentili, altre volte irrispettose. Questo è stato un pensiero fuggevole, ma disturbante, poi subito accantonato ad inizio lettura.
L'interno non è meno interessante dell'esterno. Cucinare un orso è un libro importante, profondo, raro, ma al contempo selvaggio, a tratti brutale. Al suo interno la saggezza e la furia non addomesticata dell'uomo, i punti più alti della meditazione e i più bassi dell'abiezione umana. A volte mi sono ritratta, disturbata dalla lettura e altre volte ne ho riletto dei passaggi, chiudendo il libro per gustarmeli meglio. Le sue pagine ti trasportano altrove, in luoghi per noi distanti, e al tempo stesso i ragionamenti, i sentimenti che dominano i suoi personaggi sono universali ed attuali. Questo a mio parere è il doppio valore del libro: portarti lontano nel tempo e nello spazio e rimanere profondamente contingente.
L'ho sentito paragonare al Nome della Rosa di Eco e il rapporto tra il pastore Laestadius e il suo protetto, il giovane Jussi, fa pensare anche a Sherlock Holmes con il fidato Watson. Sono sicuramente accostamenti possibili, che regalano qualcosa in più alla trama, quella corrente di rimandi che è un linguaggio silenzioso che affascina il lettore e lo fa sentire parte di una seconda storia, tutta letteraria, oltre che umana. Certo è anche un giallo, con la ricerca di un movente e di un assassino, ma l'indagine procede senza certezza della pena. La verità sembra importare solo all'investigatore e al lettore. Tutto il libro è un'indagine, una lunga riflessione sulla fede, sul ruolo della donna all'interno della Chiesa (luterana) e soprattutto sul valore e l'importanza della scrittura e della lettura, della letteratura. Emblematico che  Jussi pensi di essere nato solo nel momento in cui il pastore ha tracciato il suo nome a penna sul registro.

Quando il pastore mi trovò sul ciglio della strada non ero ancora diventato un essere umano. Ma poi mi registrò nel suo libro. Mi creò alla vita, mi legò a una comunità con i suoi piccoli ghirigori sinuosi. E da quel momento io esisto
Si può dire di essere vivi solo quando si è consapevoli di esserlo? E' la cultura che ci forma, l'istruzione, la possibilità che ci regala di confrontarci come esseri umani, civilmente, su ogni questione. Dove esiste uno scambio di questo tipo non fa presa la violenza, non si insinua la paura e non si viene contaminati dalle rabbia. Dove c'è scrittura, dove c'è lettura, c'è confronto, dialogo, pace.
Il romanzo lascia aperte molte porte, ci si ritrova attoniti di fronte a numerose domande, indecisi sulla direzione da prendere. Quest'altro estratto mi ha lasciata letteralmente senza fiato:

Mi immagino grandi case piene zeppe di libri, così tanti che nessuno riuscirebbe mai a leggerli tutti, e al solo pensiero mi vengono le vertigini.  "Case così esistono davvero", - mi disse una volta il pastore. "Si chiamano biblioteche." "Non è possibile", risposi io. [...] "Dev'essere tremendo." Il pastore mi guardò con aria interrogativa. Pareva non capire. "Così tanto tempo", balbettai. "Nessuno riuscirà mai a leggerli tutti." "No, suppongo di no." "Solo...Dio." "Sì certo, Dio. Forse è proprio per questo che esistono le biblioteche, perché possiamo toccare con mano la grandezza di Dio." "Ma se esistono le biblioteche...abbiamo davvero bisogno di chiese?"
  
Ognuno scelga l'interpretazione che preferisce, la questione sollevata è tanto ampia, la domanda tanto profonda, che personalmente nemmeno provo a dare una risposta. Mi basta ragionare sul quesito. Penso di poterci pensare una vita intera e non basterebbe.
Vi invito a leggere Cucinare un orso armati di curiosità e di spirito aperto. E' una  lettura non convenzionale, che definire solo un giallo sarebbe riduttivo. Rimarrete affascinati dalla descrizione di questo mondo lappone di fine Ottocento, dalla sua natura non meno che dalla sua società.
Un libro che ho trovato necessario, che è giusto e bello che ci sia in mezzo a milioni di libri il cui valore si perde e scolorisce nel tempo. Un bel dono che ho fatto a me stessa.