lunedì 30 aprile 2018

La bambina nel buio - Antonella Boralevi

Titolo: La bambina nel buio • Autore: Antonella Boralevi • Editore: Baldini+Castoldi • N.pagine: 593 • Anno di pubblicazione: 2018 • Copertina flessibile € 20,00 • Ebook € 9,99

TRAMA
1985. In una splendida villa della campagna veneta, Paolo e Manuela festeggiano i loro venti anni di matrimonio. Hanno una bambina dolcissima di undici anni, Moreschina. Tutta la buona società di Venezia è accorsa alla loro festa. Camerieri in guanti bianchi, champagne nei calici di cristallo, danze, flirt, pettegolezzi, allegria. Eppure, dentro la gioia, vibra una nota di inquietudine. Un'ansia che cresce a ogni pagina. La festa finirà con una tragedia indicibile. 32 anni dopo, una inglesina di trent'anni, Emma Thorpe, sbarca a Venezia. Si porta dietro un segreto. E finisce in un Palazzo sul Canal Grande, che nasconde più segreti di lei. Il proprietario è il conte Bonaccorso Briani. Un uomo durissimo, solitario e misterioso. Il destino mette sulla strada di Emma un seducente commissario siciliano, incallito sciupafemmine. Indagano insieme in una Venezia affascinante e insolita, avvolta dalla nebbia, frustata dalla pioggia di novembre. In un crescendo di tensione e colpi di scena, il mistero di tanti anni prima trova finalmente soluzione. È il mistero del buio che tutti ci abita.


Quando mi è stato proposto questo romanzo ho avuto qualche tentennamento perché (ammetto la mia enorme ignoranza) non conoscevo Antonella Boralevi in veste di scrittrice, ma la sinossi mi intrigava parecchio e il fatto che fosse ambientato parte nella campagna veneta, nella quale sono cresciuta, e parte a Venezia, scenario a mio avviso ideale per un romanzo dalle atmosfere cupe, mi ha fatto capitolare. Mai scelta fu più felice! Ho trovato un romanzo che a dispetto della notevole mole, scorre come l'acqua nei canali veneziani, portandosi dietro angosce, paure, sospetti e intrighi, come solo un romanzo di buon livello sa fare. Quando il lettore si ritrova ad avere la sensazione di essere spiato o seguito, quando sente rumori inesistenti, durante la lettura, allora l'autore ha centrato il bersaglio. 
Confesso di aver temuto più volte di voltarmi e trovarmi di fronte Edna, l'enigmatica governante di Palazzo Briani, colei che serve da una vita con immensa dedizione il Conte Briani Bonaccorso, emergere come un fantasma dalle nebbie veneziane.
E di aver spesso provato la sensazione di "respirare acqua" esattamente come quando ci si ritrova a passeggiare tra le calli veneziane in una giornata di nebbia fitta.
Ma andiamo con ordine. 
Il romanzo prende il via con il racconto della festa per il ventesimo anniversario di matrimonio di Manuela e Paolo Zanca, due parvenu entrati nel mondo dei ricchi e degli aristocratici grazie alle ricchezze accumulate, con la costante necessità di dimostrarsi all'altezza e di ostentare la perfezione della loro vita. La festa che ha luogo nella villa recentemente acquistata è l'occasione perfetta per dimostrare alla crème dell'alta società veneta di essere loro pari.
E la crème de la crème veneta non perderà occasione per indossare la propria maschera, dietro la quale si celano i pensieri più bassi, i desideri più gretti e i pensieri più meschini, camuffati da sorrisi smaglianti, abiti di alta sartoria, abbracci e baci di circostanza per dar vita allo spettacolo dell'ipocrisia. 
Quella sera però non verrà ricordata per l'ottimo prosecco, il delizioso buffet o la meraviglia dei fuochi d'artificio, ma rimarrà impressa nella memoria di tutti per la tragedia con la quale si concluderà, la misteriosa sparizione della figlia undicenne degli Zanca, Moreschina, della quale non si avranno mai più notizie.
Trentadue anni dopo, una giovane ragazza inglese, figlia di amici del conte Briani, arriva a Venezia per respirare aria nuova e cercare di superare un dolore che la sta sopraffacendo. Le spettrali pareti di Palazzo Briani la accoglieranno sussurrandole segreti che non le appartengono, quasi chiedessero aiuto a lei per portarli finalmente alla luce.
In un susseguirsi di congetture e nuove scoperte che sovvertono le ipotesi formulate fino a quel momento, il lettore sarà accompagnato in una sorta di turbine ovattato, tra le calli veneziane, passando attraverso le mura silenziose di un convento veronese, per tornare ogni tanto nei luoghi e nell'epoca della sparizione di Moreschina, in un'aura cupa e tetra che mi ha ricordato molto le atmosfere del film "The others", pur essendo una storia completamente diversa. Fino ad arrivare ad un finale inaspettato, duro, doloroso e agghiacciante, che fa quadrare un cerchio fatto delle peggiori perversioni che l'animo umano possa abitare.
"Tutto il dolore è uguale"

dice Antonella Boralevi, ma non per tutti i dolori c'è redenzione.
Ringrazio Baldini e Castoldi per la copia cartacea di questo bellissimo romanzo, del quale consiglio vivamente la lettura. Ora vado a cercare gli altri titoli di questa autrice, perché ho decisamente intenzione di leggere altro di suo.

lunedì 23 aprile 2018

[Questa volta leggo #3] Se ricordi il mio nome - Carla Vistarini

Torna la rubrica "Questa volta leggo" ideata dai blog La lettrice sulle nuvoleLe mie ossessioni librose e La Libridinosa, che per il mese di aprile aveva come argomento




Un libro pubblicato nel 2018




Diciamo che la scelta non poteva essere più facile, e per questa rubrica ho scelto un libro che mi ha attirata subito per la dolcissima copertina e per la sinossi intrigante. Sto parlando di "Se ricordi il mio nome" di Carla Vistarini.
TRAMA
È possibile che un trentenne ricco sfondato, sdraiato su una dorata spiaggia caraibica, invece che rallegrarsi della propria sorte muoia di nostalgia per una famiglia agli antipodi, che non è neppure la sua famiglia, e per una bambina che non sa dire altro che 'fangulo? Sì, se si chiama «Smilzo» e se ha trascorso - adesso lo ha capito - i mesi più belli della sua vita cercando di aiutare una buffa bambina e la sua ricchissima madre, che in una Roma caotica e implacabile erano diventate vittime di un mostruoso piano criminoso. Ma ora che tutto è finito, ora che lui, lo Smilzo, ex finanziere di successo, ex bancarottiere suo malgrado ed ex barbone trasteverino si trova a scontare i suoi peccati fiscali in un paradiso naturale, gli riesce solo di pensare a quella bambina, alla sua mamma e a tutta una serie di personaggi bislacchi e straordinari che aveva conosciuto: frati, barboni, commissari di polizia, professori un po' svampiti convinti di possedere cani parlanti. E quando, tra una fantasticheria e l'altra, sente suonare il suo cellulare e vede comparire un certo numero sul display, il suo cuore fa un balzo. Quel suono vuol dire due cose: la bambina non l'ha dimenticato e la bambina ha bisogno di lui. E Smilzo sta già correndo verso di lei...

Titolo: Se ricordi il mio nome • Autrice: Carla Vistarini • Editore: Corbaccio • N.pagine: 225 • Anno di pubblicazione: 2018 • Copertina rigida € 16,00 • Ebook € 9,99


Solo dopo aver comprato questo libro ho scoperto che si trattava del seguito di "Se ho paura prendimi per mano", ma fortunatamente si tratta di un romanzo che si legge benissimo anche senza aver letto il precedente, perché all'inizio viene fatta una sorta di riepilogo per far entrare il lettore nella vicenda.
Il primo libro vede la bambina protagonista al centro di un rocambolesco salvataggio da parte di un barbone che, dopo averla sottratta a morte certa, la porta per un paio di giorni a vivere con lui sotto ad un ponte, per poi restituirla alla madre. 
La storia di questa bimba è particolarmente tragica e nei suoi occhi il barbone, conosciuto con il nome di Smilzo, vede tutta la tristezza e la solitudine nella quale è vissuta fin dalla nascita. Tra i due, nonostante il pochissimo tempo trascorso insieme, si instaura un legame molto forte fatto solo di sguardi ed emozioni, perché la bimba, proprio a causa del suo passato, non riesce ad articolare nessuna parola, ad eccezione di una sola

"La nanetta senza nome, a corredo delle sue lunghe confessioni, sapeva dire solo una cosa, un sonoro fai-f-f-f...ngulo. In compenso lo diceva bene, scandendo le sillabe con attenzione e sputazzando energicamente. 
Questo f-f-faff-ngulo, non era proprio un improperio, né un'offesa, ma piuttosto una sorta di dichiarazione di indipendenza e di esistenza in vita."

Quando Smilzo si separa da lei le promette che per qualsiasi necessità lui sarà sempre pronto a correre in suo soccorso e le insegna una filastrocca che contiene il suo numero di telefono, al quale poterlo raggiungere.
Smilzo è diventato barbone in seguito ad una serie di investimenti truffaldini che lo hanno ridotto sul lastrico, salvo poi ricordare di un conto cifrato che gli permetterà di poter scappare da polizia e investitori turlupinati e rifugiarsi in un paradiso fiscale. Ma la nanetta gli è entrata nel cuore e non passa settimana che lui non pensi a lei e a come se la stia passando. Finché un giorno, inserendo la scheda telefonica appartenente alla sua vecchia vita, riceve una strana telefonata durante la quale si sente solo "f-f-faff-ngulo". Smilzo non ha dubbi, la nanetta è in pericolo e lui deve partire per andarla a salvare.
Parte così questa avventura che ha il sapore della fiaba, nella quale troviamo i personaggi più strampalati: un professore che ha dimenticato tutto della sua vita, compresi gli orrori della guerra, che stringe un'improbabile amicizia con un barbone russo e un chihuahua parlante, Picchio, che sente solo lui e che pare essere l'unico elemento di questo trio dotato di senso pratico; 
un prete che dirige un centro di accoglienza non senza pentirsi più volte al giorno di dar corda a determinati personaggi, tra i quali Smilzo stesso; una coppia di poliziotti che danno vita a situazioni esilaranti degne dei migliori episodi di Gianni e Pinotto. Non manca il "cattivo" della situazione, che diventerà l'antagonista di Smilzo, la donzella in difficoltà, che in questo caso sono due, la nanetta e sua madre, e una serie di episodi che strappano più di qualche risata al lettore. E uno sguardo sul mondo degli adulti visti con gli occhi di una bimba di quattro anni, che a causa del suo passato ha ben presente il confine tra bene e male, la netta distinzione tra buoni e cattivi.
Spesso durante la lettura mi sono ritrovata a pensare alle atmosfere del film "Sister Act", nonostante la storia sia sostanzialmente molto diversa.
Un romanzo che con leggerezza e ironia, tocca diversi temi che spesso inducono alla riflessione, come il valore dell'amicizia che si rivela nei momenti di difficoltà, la solidarietà dimostrata da don Pietro nell'accogliere chi viene emarginato dalla società, il lato peggiore del benessere e della ricchezza che spesso sono fonte di raggiri e inganni, e sopra a tutto la potenza dei sentimenti puri che solo una bambina e un uomo che ha perso tutto possono condividere, i legami che si stringono in pochissimo tempo, ma che proprio per la purezza che sta alla base, sono i più forti che si possano sperimentare.
Un romanzo che consiglio a tutte le persone che abbiano voglia di una lettura piacevole, divertente ma non banale.





Vi lascio con il calendario di aprile di "Questa volta leggo"
dove potrete trovare i prossimi appuntamenti


venerdì 20 aprile 2018

Tutto questo ti darò - Dolores Redondo

Trama: Quando una coppia in divisa bussa alla sua porta, Manuel, scrittore di successo ossessivamente dedito alla stesura del prossimo bestseller, intuisce all’istante che dev’essere accaduto qualcosa di grave ad Alvaro, l’uomo che ama e al quale è sposato da anni. E infatti il corpo senza vita del marito è stato ritrovato al volante della sua auto, inspiegabilmente uscita di strada tra le vigne e i paesaggi scoscesi della Galizia, a chilometri di distanza dal luogo in cui Alvaro avrebbe dovuto trovarsi al momento dell’incidente. Sconvolto, Manuel parte per identificare la salma. Ma giunto a destinazione si ritrova invischiato in un intrico di menzogne, segreti e omissioni che ha al centro la ricca e arrogante famiglia d’origine del marito. Con l’aiuto di Nogueira, poliziotto in pensione dal carattere ruvido, e di Padre Lucas, il prete locale amico d’infanzia di Alvaro, Manuel indaga sulle molte ombre nel passato dei Muñiz Dávila e sulla vita segreta dell’uomo che si era illuso di conoscere quanto sé stesso. Serrato, sorprendente e ricco di atmosfera, Tutto questo ti darò è un thriller psicologico dalla sensibilità finissima, capace di indagare con la stessa onestà le dinamiche del cuore e quelle – troppo spesso malate – della nostra società.
 
Titolo: Tutto questo ti darò
Autore: Doleres Redondo
Casa editrice: DeA Planeta
Anno pubblicazione: 2017
Pagine: 572
 
 

Non riesco a scrivere di un libro appena ho terminato di leggerlo, ho bisogno di rifletterci con calma, analizzando, oltre al piacere che ne è derivato, altri aspetti e soprattutto cosa mi ha lasciato. Alla fin fine sono una persona concreta e per me è fondamentale portare a casa qualcosa, che può essere un'emozione o una lucida riflessione. Bene, ci ho pensato un po' di giorni e questo è quello che mi sento di raccontarvi oggi di uno dei sei romanzi vincitori del Premio Selezione Bancarella. Il suggestivo titolo recita "Tutto questo ti darò", ma per tutto il tempo nella mia testa  l'ho confuso con "Tutto questo dolore ti darò" e non credo sia stato un caso. Il fulcro del romanzo è una lacerante presa di coscienza, una ricerca che indaga in due direzioni. Da un lato il protagonista, Manuel, cerca di scoprire l'assassino del marito Alvaro e dall'altro, mentre cerca, si rende conto di indagare anche su se stesso e sulla natura del loro rapporto. Si può vivere con una benda sugli occhi per molto tempo e quando arriva il momento di fissare la luce, questa può ferirci come mai avremmo pensato.
Si tratta di un romanzo, di un giallo ad essere precisi, che si sviluppa con un ritmo lento per darci il tempo di entrare nella storia e nell'indagine insieme a Manuel, quasi l'autrice ci prendesse per mano e ci accompagnasse insieme al suo personaggio a scoprire tutto ciò che Alvaro negli anni gli ha nascosto e il perché di tali bugie ed omissioni. E la cifra di tale scrittura, che si snoda in volute lente, come già ha sottolineato nella sua recensione Azzurra del blog "Silenzio, sto leggendo!", è l'eleganza, così come è sempre elegante e misurato Manuel.
Il lettore per apprezzare l'indagine deve prendersi il tempo necessario, senza fretta, e lungo il percorso vengono disseminati gli indizi che portano ad una conclusione, che guardando indietro poteva anche essere indovinata, ma che ugualmente appaga. Non è il nome dell'assassino il punto di arrivo, ma il percorso compiuto per scoprirlo.
Manuel dovrà lasciare le sue certezze e partire. Provvisorio e sradicato in una Galizia che non conosce ritroverà il senso e il piacere di alcune cose, come l'improbabile amicizia di un ispettore burbero ed omofobo, il calore e l'affetto di un cane brutto e maltrattato, la gentilezza di uno strano bambino e due risme di carta e un pacco di penne su di una nuda scrivania ... a ricordargli che scrivere significa mettersi a nudo. Perché se la vita è sofferenza, anche la scrittura deve esserlo.
Consiglio questo libro a quei lettori che hanno voglia di intraprendere un viaggio alla scoperta dei lati oscuri del cuore umano e che non hanno paura di rendersi conto che spesso il male si nasconde dove invece ci aspetteremmo di trovare comprensione, amore e sicurezza.
 
 


 

giovedì 19 aprile 2018

[Flash Blog Tour] Tutta la vita che vuoi - Enrico Galiano


Ed eccoci alla tappa conclusiva del Blogtour Flash organizzato in collaborazione con i blog La LibridinosaLa Biblioteca di ElizaLa spacciatrice di libriSilenzio, sto leggendo!Scheggia tra le pagine e La lettrice tra le nuvole
Ieri avete potuto leggere l'incipit, conoscere più da vicino i personaggi, scoprire quali sono i nostri motivi per cui vale la pena vivere e sapere qualcosa di più del libro direttamente dalle parole di Enrico Galiano. 
Oggi a noi il compito, non facile, di parlarvi di questo bellissimo romanzo, senza dire troppo e credeteci, è un 'impresa molto ardua, lo scoprirete leggendo il libro!
Vi ricordiamo che avrete la possibilità di portarvi a casa una copia cartacea del romanzo, gentilmente messa a disposizione da Garzanti, seguendo le regole che trovate alla fine della recensione e ricordate di lasciare anche la vostra mail nei commenti!


TRAMA
Tre ragazzi. Ventiquattr'ore. Una macchina rubata. Una fuga. Una promessa. Perché ci sono attimi che contengono la forza di una vita intera. Così intensi da sembrare infiniti. È un susseguirsi di quei momenti che Filippo Maria vive il giorno in cui, per la prima volta, riesce a rispondere a tono al professore di fisica che lo umilia da sempre. Appena fuggito da scuola vuole solo raggiungere Giorgio, il suo migliore amico che, immobile di fronte a una chiesa, si chiede perché non sia ancora riuscito a piangere al funerale del fratello. Poco dopo incontrano una ragazza che corre a perdifiato: è Clo. Basta uno scambio di sguardi e i tre si capiscono, si riconoscono, si scelgono. La voglia di vivere e di cambiare che hanno dentro è palpabile, impressa nei loro volti. Si scambiano una promessa: ognuno di loro farà quell'unica fondamentale cosa che, di lì a vent'anni, si pentirebbe di non aver fatto. Anzi, lo faranno insieme: Clo sa come aiutarli. Basta scrivere su un biglietto cosa li renderebbe felici. Lei ne ha uno zaino pieno, di motivi per cui vale la pena vivere: le nuvole quando sembrano panna o l'odore della carta di un libro... Ora spetta a Giorgio e Filippo trovare il loro motivo speciale per cominciare a vivere senza forse, senza dubbi, senza incertezze. Ma non sempre chi ci è accanto è sincero del tutto. Ciò non riesce a condividere con loro la sua più grande speranza per il futuro. Perché a diciassette anni è difficile lasciarsi guardare dentro e credere che esista qualcuno disposto ad ascoltare i segreti che non siamo pronti a rivelare. Per farlo non bisogna temere che la felicità arrivi per davvero e afferrarla.

Titolo: Tutta la vita che vuoi • Autore: Enrico Galiano • Editore: Garzanti • Data di pubblicazione: 19/04/2018 • N.pagine: 415 • Copertina rigida € 17,90 • Ebook € 9,99



Tutta la vita che vuoi, tutta quella che puoi e tutta quella che hai la forza di volere. Giochi di parole per raccontarvi di  un libro che è stata una conferma, ma anche un passo in avanti. Ho ritrovato l'autore di Eppure cadiamo felici, ma in evoluzione, come se mollati gli ormeggi si avventurasse in territori nuovi. Tematiche scottanti affrontate con una disinvolta leggerezza che non è mancanza di rispetto, ma assenza di pregiudizi. Mi sono messa in viaggio con Giorgio, Clo e Filippo Maria, sentendomi di nuovo giovane e in grado di cambiare la traiettoria del mio destino. Nonostante tutto, nonostante il bagaglio pesante fatto di cose non dette, sfortune e segreti. Insieme a loro ho girato per l'Italia, curiosa di scoprire le loro diverse mete. E in questo viaggio sconclusionato, fatto di rivincite e gesti liberatori, ho trovato tutto il gusto di un passato non così lontano da non essere ancora desiderabile, vivo e possibile. Per questo Tutta la vita che vuoi ha il potenziale per piacere ai giovani e a quelli che giovani non lo sono più. Con i genitori di certo non potevo identificarmi, ma ho riso e non poco per questa nuova vena ironica che è apparsa tra le pagine del libro. Aspetto che ho molto gradito e che sento subirà ulteriori sviluppi.
Non posso svelare molto della trama e allora mi concentro su un particolare che rende i libri di Enrico Galiano particolarmente affascinanti ai miei occhi di lettrice ed è la sua capacità di raggiungermi oltre la pagina scritta e contingente, innestandosi direttamente nel mio cervello e in quella parte emotiva del mio essere. Perché non potrò mai dimenticare i bigliettini che Clo scrive e inserisce nel suo zainetto, gesto che non posso banalizzare in un "la vita è fatta di piccole cose" perché lei lo considererebbe, a ragione, uno sminuire la portata del messaggio.
Mentre ascolto gli Smiths, che forse voi non conoscete, ma Enrico certamente sì, penso che vorrei dire altro, ma non lo faccio perché cedo il passo alla mia socia per scoprire se questa recensione unirà due pensieri affini oppure mi rivelerà nuove sfumature di un libro che vi consiglio se non avrete paura di farvi raggiungere, se anche voi abbandonerete gli ormeggi per farvi trasportare in un luogo diverso. - Lea -

Effettivamente, come ha detto Lea, non è facile parlare di questo libro senza creare "spoiler", perché ogni pagina è una rivelazione, un pezzettino di storia che messo insieme ai precedenti ci fa conoscere pian piano questi tre ragazzi, così diversi tra loro ma uniti da una sorta di urgenza, quella di essere visti per quello che sono al di là di quello che sembrano. La storia inizia il giorno del funerale di Luca, il fratello perfetto di Giorgio, che da sempre si sente il figlio sbagliato e che ora ha il peso di esserci ancora, nonostante Luca non ci sia più. Giorgio ha un solo amico, Filippo Maria un ragazzo dislessico  abbandonato ancora in fasce dalla madre e cresciuto con un padre che fa del suo meglio, che spesso non basta. Insieme decideranno di fare un colpo di testa e in una fuga rocambolesca, dai tratti cinematografici, si scontreranno con Clo, da qualche tempo ospite di una comunità a seguito di diverse vicissitudini. Sarà proprio questo incontro/scontro a far sì che ognuno di loro trovi la forza di fare quella cosa, che ad averne il coraggio può dare un significato diverso alla vita.

"...e loro due non sono più la somma di due mezzi, ma sono due interi, e tutti e tre insieme fanno uno."

Una manciata di ore che racchiude tre vite intere, fatte della somma di tante altre vite, di scelte sbagliate, di fughe, di segreti, in una sorta di cerchio che va chiuso per poter voltare pagina e vivere, finalmente.
Ho letto questo libro avendo spesso il fiato corto, con la curiosità di sapere cosa sarebbe successo, ma al tempo stesso con il timore di quello che sarebbe potuto succedere, con la stessa tensione che provo durante la lettura di un thriller, ho riso in alcuni passaggi e mi sono commossa in certi altri. La cosa che però mi è saltata subito all'occhio, ed è stata una conferma, è il grande amore di questo autore per l'universo degli adolescenti, la sua grande capacità di leggere dentro ai loro animi e renderceli in modo così perfetto e puntuale, e il messaggio che ogni giorno lancia loro, non solo attraverso i suoi libri, ma anche attraverso i social e gli incontri pubblici: che la bellezza è ovunque e che ogni giorno abbiamo infiniti motivi per i quali vale la pena vivere, dobbiamo solo allenarci a vederli. Magari prendendo un foglietto e annotandoci tutte le piccole cose che ci fanno star bene, come fa Clo. - Bacci  -

"Quando vedi qualcosa che ti tocca dentro, devi fare solo una cosa: facci caso. Non lasciarla scorrere come niente fosse. E fallo tutte le volte che puoi."





REGOLE PER IL GIVEAWAY

Per potervi aggiudicare la copia cartacea in palio, dovrete seguire le seguenti regole:


Essere Lettori Fissi di tutti i blog aderenti:
Due lettrici quasi perfette

Mettere Mi Piace alle pagine Facebook dei blog

Mettere Mi Piace alla pagina Facebook Garzanti Libri e a quella dell’autore Enrico Galiano
Commentare più post possibili e lasciare nel commento la vostra mail dove verrete contattati in caso di vincita.

Avrete tempo per commentare sino alle 20.00 di oggi, giovedì 19 aprile. Il nome del vincitore verrà annunciato venerdì 20 aprile sulle pagine Facebook.

La copia cartacea verrà inviata al vincitore direttamente dalla Casa Editrice.

Buona fortuna a tutti!

martedì 17 aprile 2018

[Questa volta leggo...] Una vita da libraio - Shaun Bythell

Trama: Si può avere una vita avventurosa anche seduti su uno sgabello. Un paesino di provincia sulla costa scozzese e una deliziosa libreria dell'usato. Centomila volumi spalmati su oltre un chilometro e mezzo di scaffali, in un susseguirsi di stanze e stanze zeppe di erudizione, sogni e avventure. Un paradiso per gli amanti dei libri? Be', più o meno. Dal cliente che entra per complimentarsi dell'esposizione in vetrina, senza accorgersi che le pentole servono a raccogliere la perdita d'acqua dal tetto, alla vecchietta che chiama periodicamente chiedendo i titoli più assurdi, alle mille, tenere vicende di quanti decidono di disfarsi dei libri di una vita. The Book Shop, la libreria che Shaun Bythell contro ogni buonsenso ha deciso di prendere in gestione, è diventata un crocevia di storie e il cuore di Wigtown, villaggio scozzese di poche anime. Con puntuta ironia, Shaun racconta i battibecchi quotidiani con la sua unica impiegata perennemente in tuta da sci, e le battaglie, tutte perse, contro Amazon. La sua è l'esistenza dolce e amara di un libraio che non intende mollare.
Titolo: Una vita da libraio
Autore: Shaun Bythell
Casa editrice: Einaudi
Anno pubblicazione: 2018
Pagine: 378

Torna la rubrica Questa volta leggo ideata e pensata da Laura La Libridinosa , da Chiara La lettrice sulle nuvole  e da Dolci de  Le mie ossessioni librose. L'argomento scelto per il mese di aprile  è un libro pubblicato nel 2018. Niente di più facile, visto che ne ho già letti molti. ;-)


Sono andata a comprare "Vita da libraio" il giorno dopo la sua uscita, tanta era la mia brama di leggerlo! Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma procedendo nella lettura il mio entusiasmo iniziale è andato scemando. Questo libro è una cronaca, una raccolta di aneddoti, una sorta di diario di vita lavorativa, ma manca la storia. Abbiamo solo un susseguirsi di giornate, tutte molto simili tra di loro, di un libraio. Ci sono i colleghi e su tutti la strampalata Nicky, i clienti e gli amici. Ho sottolineato molte frasi, alcune mi hanno fatta ridere, altre riflettere. Ho condiviso con l'autore l'irritazione nei confronti di un certo tipo di utenti, così simili a quelli che incontro in biblioteca e ho certamente compreso il suo fastidio verso l'egemonia di Amazon. Su questo apro una parentesi. Non si può (forse) stare senza, ma che ne sarà di noi lettori quando tutto passerà attraverso un portale? Che fine faranno le librerie e soprattutto i librai, patrimonio dell'umanità? Per me è fondamentale, anzi direi vitale,  passare in libreria e confrontarmi con loro, sapere quali libri reputano buoni e quali sono quelli del momento. Senza contare che conoscono anche le opinioni degli acquirenti e di conseguenza hanno una visione a tutto tondo di quello che vendono, che non è un oggetto, ma qualcosa di molto più prezioso. Tutto quello che mi offre un libraio (e parlo soprattutto di quelli delle librerie indipendenti) Amazon non me lo può offrire: non mi può dare il rapporto umano e una vera consulenza. Io sono importante per il mio librario (Mauro, Alice, Elisa ed Elena vi raggruppo tutti in un ideale abbraccio) e lui lo è per me: per questo mi applica uno sconto sugli acquisti e mi viene incontro in tanti modi, nei limiti del possibile (anche se ho comprato il libro doppio e persino se il libro mi ha fatto schifo). Questo non ha prezzo (come la Mastercard). Per cui io continuerò ad andare in libreria e ad ordinare da Amazon solo quando condizioni avverse (malattia o isolamento) non mi permetteranno di lasciare la casa. Chiudo parentesi e zittisco la fanfara di sottofondo.
Per tornare all'argomento principale, ossia al libro in questione, potrei riassumere il mio giudizio dicendo che Vita da libraio è un libro intelligente e  gradevole, ma non indispensabile. Andrebbe letto a spizzichi e tenuto sul comodino per lungo tempo, assaporato lentamente per renderne meno evidente la ripetitività.
Considerato che l'autore dichiara apertamente la sua antipatia nei confronti della categoria alla quale appartengo  il nostro rapporto ... non poteva che dimostrarsi problematico: 
"Noi librai detestiamo i bibliotecari. Il problema è che per spuntare un buon prezzo da un libro usato bisogna che sia in condizioni decenti, mentre lo sport preferito dei bibliotecari è prendere un libro in perfetto stato e riempirlo di timbri ed etichette adesive, dopodiché, senza nemmeno cogliere l'ironia della cosa, lo avvolgono in una copertina di plastica per proteggerlo dal pubblico."

Naturalmente sto scherzando, perché in effetti Bythell ha proprio ragione! D'altra parte noi bibliotecari  bistrattiamo i libri, ma siamo liberi da ogni logica di vendita e questo è un bel vantaggio. Ci piace vincere facile, in definitiva, ma l'amore che ci anima è il medesimo.



Vi lascio il calendario delle recensioni di aprile.... 



venerdì 13 aprile 2018

Nostalgia del sangue - Dario Correnti

Oggi vi proponiamo la recensione di uno dei sei romanzi vincitori del Premio Selezione Bancarella 2018: "Nostalgia del sangue" un romanzo permeato di mistero a partire dal suo autore, Dario Correnti, pseudonimo dietro al quale si cela una coppia di autori misteriosi.

Titolo: Nostalgia del sangue • Autore: Dario Correnti • Editore: Giunti • N.pagine: 544 • Copertina rigida € 19,00 •      Ebook € 9,99

TRAMA
Certe mostruosità possono maturare solo in posti così: una provincia del nord Italia, dove soltanto pochi metri separano un gregge di pecore da un centro commerciale con sala slot e fitness, dove la gente abita in villette a schiera con giardino, tavernetta e vetrina con i ninnoli in cristallo, dove riservatezza è il nome che si attribuisce a un'omertà che non ha niente da invidiare a quella dei paesi dove comanda la mafia. Gli stessi luoghi che più di cento anni fa, infestati dalla miseria, dalla denutrizione e dalla pellagra, videro gli spaventosi delitti di Vincenzo Verzeni, il "vampiro di Bottanuco", il primo serial killer italiano, studiato da Lombroso con la minuzia farneticante che caratterizzava la scienza di fine Ottocento e aggiungeva orrore all'orrore. Il serial killer che sembra citare il modus operandi di quel primo assassino non è però un giovane campagnolo con avi "cretinosi", è una mente lucidissima, affilata, che uccide con rabbia ma poi quasi si diletta, si prende gioco degli inquirenti. A raccontare ai lettori le sue imprese e, a un certo punto, a tentare in prima persona di dargli la caccia, la coppia più bella mai creata dal noir italiano: Marco Besana, un giornalista di nera alle soglie del prepensionamento, disilluso, etico e amaro come molte classiche figure della narrativa d'azione, e una giovane stagista, la ventiseienne Ilaria Piatti, detta "Piattola". Goffa, malvestita, senza neppure un corteggiatore, priva di protezioni, traumatizzata da un dolore che l'ha segnata nell'infanzia e non potrà abbandonarla mai, eppure intelligentissima, intuitiva, veramente dotata per un mestiere in cui molti vanno avanti con tutt'altri mezzi, Ilaria è il personaggio del quale ogni lettrice e lettore si innamorerà. Un uomo anziano e una ragazza rappresentanti emblematici delle due categorie più deboli della società italiana di oggi, uniscono la loro fragilità e le loro impensabili risorse per raccogliere la sfida lanciata dal male.


Nostalgia del sangue intreccia sapientemente una vicenda di cronaca nera realmente accaduta verso la fine del 1800, con la finzione narrativa. Vincenzo Verzeni, il primo serial killer italiano che la cronaca conosca, uccise due donne mutilandole brutalmente e lasciando accanto ai loro corpi degli spilloni a mo' di firma.
Dario Correnti non solo prende spunto da questa vicenda per creare il suo serial killer, emule di Verzeni, ma la rende parte integrante della narrazione, attraverso stralci di documenti d'epoca e parti romanzate che ricostruiscono i fatti.

Un punto di forza del romanzo, a mio avviso, è proprio l'abilità dell'autore (o degli autori) nel far immergere il lettore nell'atmosfera dell'epoca, attraverso l'uso di un lessico appropriato al periodo storico nelle parti riguardanti i fatti del 1800, differenziandole molto dal resto della narrazione.
I protagonisti del romanzo sono due giornalisti di cronaca nera: Besana, firma storica prossimo alla pensione, e Ilaria Piatti, soprannominata Piattola, giovane stagista alle prime armi. Due personaggi apparentemente agli antipodi per vissuto, ma in realtà molto simili nel perseguire caparbiamente la verità e nella passione con la quale svolgono il loro lavoro.
Ma la protagonista assoluta di questo romanzo è la provincia, con tutte le sue peculiarità, i suoi difetti e le sue lacune. 

"Bisogna partire dai luoghi per capire gli uomini."


In questi luoghi si muove un assassino spietato e freddo, che non risparmia nulla alle sue vittime, forte del carattere riservato degli abitanti del profondo nord, quelli che "ah, io mi faccio gli affari miei" anche se questo significa coprire un assassino. Ognuno sa qualcosa, sospetta qualcosa, ma nessuno parla, esattamente come succede al Sud, con la sola differenza del nome.

"La riservatezza del Nord è l'equivalente dell'omertà al Sud."

Il compito più difficile per i due giornalisti detective è proprio questo, scalfire la diffidenza dei paesani per scoprire qualche tessera in più, per poter completare un puzzle che si rivela ogni giorno più complicato.
Piste che si rivelano infondate, rivelazioni inutili, emuli degli emuli, si susseguono per buona parte del libro, fino a giungere ad una conclusione decisamente inaspettata.
La differenza con la maggior parte dei thriller sta proprio nella coppia protagonista, magnificamente caratterizzata, che diversamente dal solito non è costituita da due detective, ma da due giornalisti che svolgono le loro indagini senza averne di fatto l'autorità, ma avendone certamente le competenze.
Dove Besana è un uomo ormai stanco delle lotte quotidiane con i suoi superiori e con le forze dell'ordine, Piatti è pervasa dall'entusiasmo di fare finalmente il lavoro che sogna, nonostante la sua goffaggine le impedisca di trovare consensi soprattutto tra i colleghi. Insieme però sono una coppia imbattibile, un concentrato di intuizione e caparbietà che li porteranno alla non facile soluzione del caso.
Devo dire che ho trovato le prime due parti del libro molto scorrevoli ma non adrenaliniche, dense di approfondimenti tecnici, ad esempio sulla nascita della prova del DNA e sull'evoluzione dei metodi di indagine, mentre la terza parte mi ha emotivamente coinvolta molto di più, avendo un ritmo decisamente più serrato e delle atmosfere più angoscianti.
Un thriller che gli amanti del genere apprezzeranno sicuramente. 




giovedì 12 aprile 2018

Le poche cose certe - Valentina Farinaccio


TRAMA
"Arturo si era convinto di potere una vita speciale, ma poi non muoveva passi, verso l'ignoto, per paura di una vita vera. Il risultato era una vita fasulla, come quella delle formiche inoperose." È da dieci anni che Arturo non sale su un tram. L'ultima volta che lo ha fatto era un giovane attore di belle speranze e andava a incontrare una ragazza perfetta e misteriosa, con il nome di un'isola, quella leggendaria di Platone: Atlantide. Ma il destino cancella il loro appuntamento e, da lì in poi, niente andrà come doveva andare. Oggi Arturo è un quarantenne tormentato da mille paure. Mentre attorno tutto si muove, lui resta fermo, immobile, come un divano rimasto con la plastica addosso in quelle stanze in cui non si entra per paura di sporcare. Quando sale sul tram 14, che da Porta Maggiore scandisce piano tutta la Prenestina, ha un cappellino in testa per nascondere i pensieri scomodi e nella pancia il peso rumoroso dei rimpianti. E mentre i binari scorrono lenti, in una Roma che si risveglia dall'inverno, e la gente sale e scende, ognuno con la sua storia complicata appesa al braccio come una ventiquattrore, Arturo, che nella sua vita sbagliata ha sempre aspettato troppo, fa i conti con il passato, cercando il coraggio di prenotare la sua fermata. Perché nel posto in cui sta andando c'è forse l'ultima possibilità di ricominciare daccapo, e di prendersi quel futuro bello da cui lui è sempre scappato.

Titolo: Le poche cose certe • Autore: Valentina Farinaccio • Editore: Mondadori • N.pagine: 150 • Copertina rigida € 17,00 • Ebook € 8,99


Ci sono recensioni che hai già in mente mentre stai leggendo il libro e ci sono libri che quando li chiudi pensi "E ora come lo racconto?". Alle volte si tratta di libri di cui hai poco da dire, altre volte, ed è questo il caso, avresti da dire talmente tanto che non sai da dove iniziare.
Quindi, come diceva una mia vecchia conoscenza, calma e gesso e proviamo ad iniziare...dall'inizio.  
Iniziamo prendendo posto sul tram n. 14 che percorrendo la Prenestina, ci fa percorrere anche la vita di Arturo, il protagonista di questo romanzo, mentre fuori scorre una Roma di inizio febbraio che ha
"quel colore freddo, ma trasparente, del peggio che è passato."


Arturo deve il suo nome al romanzo della Morante, in qualche modo figlio di un'isola che ha illuminato la via alla madre e nella quale Arturo trova spesso rifugio. Una sera di tanti anni fa, Arturo che era un'isola incontra un'altra isola: Atlantide.

"Arturo e Atlantide, una sera di tanti anni fa. Che se c'è una cosa certa, nella vita, è che fra un'isola e l'altra c'è sempre il mare."
E in un alternarsi di andate e ritorni il lettore si ritrova a dover attraversare quel mare, fatto di occasioni perse, di sensi di colpa e di paure da affrontare, che alle volte è meglio evitare di affrontarle, anche se significa evitare di vivere. Nonostante il tram si muova, Arturo rimane fermo, immobile, paralizzato dal terrore di non farcela, lasciando la partita vinta alla paura, che si sa, quella è sempre più forte.

"Arturo era una merda, poco d'altro da aggiungere. Eppure gli riusciva incredibilmente bene sembrare adorabile, esserlo, anzi, fino a un attimo prima che quella sua puzza inconfondibile, che sapeva di cattiveria, quanto di paura, cominciasse a sporcare l'aria."

Arturo non è un personaggio facile da comprendere, ancor meno da amare. Anche se a tratti può far tenerezza, rimane sempre latente la voglia di prendere il tram n.14 solo per andarlo a prendere a sberle, salvo poi aspettare ancora un'altra fermata, per vedere se ci riesce da solo, a prendersi a sberle.
Atlantide invece è l'opposto, è sicura di sé e di quello che vuole, è la luce che rischiara i pensieri di Arturo.


"Arturo aveva capito che Atlantide poteva essere quello che gli mancava per cominciarsi daccapo. Lui, che aveva la tendenza a rendere tristi anche i giorni felici, sapeva che forse lei avrebbe reso felici anche i giorni tristi."

E alle volte la vita ti mette davanti degli ostacoli, per superare i quali è necessario essere all'altezza, e non sempre siamo consapevoli di esserlo.
Questo è un romanzo che parla di occasioni che la vita ci mette davanti in continuazione e che noi dobbiamo essere pronti a cogliere e di paure che vivono di vita propria, di fronte alle quali dobbiamo decidere se essere noi stessi o quelli che pensiamo di essere.
Un romanzo breve ma denso, una scrittura poetica ma al tempo stesso molto realistica, forse è proprio lo schiaffo che noi vorremmo dare ad Arturo quello che ci colpisce leggendolo, e nel quale ogni lettore ritroverà una parte di sé, per ognuno diversa. Un abbraccio che a tratti assume la ruvidezza della tela di juta, ma che a fine lettura ci lascia con il tepore di una soffice coperta di pile.
Dopo avermi fatta piangere con "La strada del ritorno è sempre più corta", Valentina Farinaccio mi ha incantata con "Le poche cose certe".
Tra le poche cose certe ce n'è una: se avete voglia di regalarvi bellezza, regalatevi questo libro.


martedì 10 aprile 2018

La Regina del Silenzio - Paolo Rumiz

Trama: Il malvagio re Urdal scende da Nord, invade col suo esercito la pianura dei Burjaki e proibisce loro ogni forma di musica. Con tre mostri – Antrax, Uter e Saraton – terrorizza la popolazione. Eco, il mago dai lunghi capelli bianchi che suscita i suoni della terra, viene fatto prigioniero e nella terra dei Burjaki cala il silenzio assoluto. Mila, la figlia del valoroso cavaliere Vadim, ha il dono innato della musica e cresce ascoltando la melodia della natura. Con il suono della sua voce sfida il divieto di Urdal e decide di cercare il bardo Tahir, l'uomo che le ha insegnato il canto, per guidare insieme la battaglia più importante, nel nome della musica e della libertà.
Titolo: La Regina del Silenzio
Autore: Paolo Rumiz
Casa editrice: La nave di Teseo
Anno edizione: 2017
Pagine: 214
Insolito questo libro che si presenta, con le parole dell'autore, come una fiaba per ragazzi dagli otto ai tredici anni e invece impegna il lettore adulto su più livelli. Quanto più una storia sembra semplice, tanto più, a volte, nasconde stratificazione di significati. E allora prima di parlarvene, dopo aver letto il libro effettivamente con grande facilità, mi ritrovo ad ascoltare interviste rilasciate da Rumiz per confrontare le miei impressioni più immediate a quello che lui dichiara. Mentre ascolto la voce dell'autore mi perdo in considerazioni, affascinata da questo scrittore viaggiatore che mi parla dell'incanto dell'Oriente, inteso come dimensione dello spirito, perché ad Oriente nasce il sole.
Paolo Rumiz è uno scrittore triestino che si definisce figlio della frontiera e che ha sempre sentito la profonda diversità di quei luoghi limitrofi e preclusi. Per lui l'Altrove era a pochi passi, desiderabile e vicino. Addentrandosi nell'Europa di mezzo sente di ritrovare i volti di ciò che è stato, come se andasse a ritroso percorrendo il proprio albero genealogico per arrivare al fulcro di se stesso. Una visione ricca ed interessante che lo ha portato alla stesura di questo romanzo, che è un fantasy incentrato sul potere della musica. In una terra medievale, contrassegnata da pianure e fiumi, arriva dal Nord un invasore malvagio che ne riduce in schiavitù la popolazione, vietando il canto e la musica. La sua terribile madre è La Regina del Silenzio del titolo. Sarà una giovane donna armata solo del suo violino, affiancata da un bardo che suona la tambùriza, a riportare la libertà e a sconfiggere l'invasore. La musica intesa come portatrice di alti valori e di civiltà, arte che innalza i cuori e le menti. Dietro a tutto il sogno di un'Europa che pur così diversa e composita può trovare un suo fulcro nel confronto e nello scambio, così come accade ogni anno quando 70-80 giovani provenienti da diversi paesi europei danno vita alla European Spirit of Youth Orchestra. Una magia possibile, che si ripete di anno in anno in modo sempre diverso. Rumiz canta un sogno, che non appartiene ai pazzi, ma ai savi che credono che l'Europa possa essere un edificio che si costruisce giorno dopo giorno.
Le stratificazioni di cui parlavo all'inizio si impongono con forza. La Regina del Silenzio è un fantasy che celebra il potere della musica e dell'arte. Oppure è un fantasy che ci parla di come l'Europa, mille volte dilaniata dall'esterno e dell'interno, resti sempre e comunque la nostra terra, intensamente amata e di come ci sia ancora speranza di poterla vedere forte ed unita.
L'autore pensa che oramai la scrittura sia una forma "debole" rispetto all'oralità e ci consegna una storia che va letta ad alta voce ed ascoltata, ad ogni capitolo, con un accompagnamento musicale specifico dell'Orchestra che ho citato.
Questo è un altro aspetto originale del libro, un tentativo riuscito di legare la forma scritta al racconto orale e alla musica, per tornare al passato e dare forza nuova alle storie e alle parole.
Vi saluto lasciandovi il link relativo alla presentazione che ho ascoltato unito alle belle parole che Rumiz dedica al bambino che è in lui:

"L'orchestra ogni anno si scioglie e come l'Araba Fenice ogni anno rinasce dalle proprie ceneri. Mi piacerebbe tanto che la patria in cui siamo nati, l'Europa, assomigliasse a questa orchestra."
 


lunedì 9 aprile 2018

Yeruldelgger #2: Tempi selvaggi - Ian Manook

TRAMA
È inverno inoltrato e la steppa è avvolta nella morsa dello dzüüd: le temperature si aggirano sui meno trenta, un vento gelido imperversa e il paesaggio è spazzato da tormente di neve. Sembra di respirare vetro. È la leggendaria sciagura bianca, che al suo passaggio lascia dietro di sé una scia di cadaveri. Milioni di vittime, uomini e animali. Da un cumulo di carcasse congelate, incastrata fra un cavallo e una femmina di yak, sbuca la gamba di un uomo. È solo il primo di una serie di strani ritrovamenti. Nel frattempo, in un albergo di Ulan Bator, viene assassinata la prostituta Colette, delitto del quale è accusato proprio il commissario Yeruldelgger. E poi c’è la scomparsa del figlio di Colette, le cui tracce porteranno il commissario fino in Francia, in una fitta trama di giochi di potere dei servizi segreti, loschi affari dei militari e corruzione della politica. Yeruldelgger non ha più niente da perdere ed è pronto a uccidere. Il fuoco va sconfitto col fuoco, proprio come si fa quando scoppiano gli incendi nella steppa: si creano muri incendiari. E intanto, la neve continua a ricoprire la Mongolia…
Secondo capitolo della trilogia di Yeruldelgger, Tempi selvaggi non deluderà le aspettative. Il commissario più amato del momento è tornato.

Titolo: Yeruldelgger: Tempi selvaggi • Autore: Ian Manook • Editore: Fazi • N.pagine: 473 • Copertina flessibile € 17,00 • Ebook € 12,99


Torna il commissario Yeruldelgger, quello che io confidenzialmente chiamo "il mongolo", della squadra omicidi di Ulan Bator. Lo ritroviamo al punto in cui l'avevamo lasciato al termine del primo romanzo, con il cuore inaridito dalle vicende del passato, e con l'unico appoggio morale costituito dalla sua compagna Solongo, medico legale, che con lui condivide anche buona parte delle indagini. 
Dopo aver dovuto combattere contro i poteri forti e corrotti che tengono in pugno la sua città, lotta che lo ha molto provato nello spirito, si ritrova ad essere l'indagato principale dell'omicidio di una prostituta che collaborava con lui, cosa che lo fa precipitare ancor più nell'abisso della rabbia incontrollata.


"Non c'era più nulla dell'insegnamento del Settimo Monastero che sembrasse avere ancora presa su di lui. Il peso delle emozioni, la forza del silenzio, il potere della pazienza, non controllava più niente."

Ma questa non è l'unica indagine con la quale il lettore si trova a dover fare i conti: c'è il ritrovamento di un cadavere sotto ad un cumulo di carcasse animali, la scomparsa del figlio della prostituta che sposterà il campo delle indagini in Francia, a Le Havre, città dipinta in modo cupo e tetro, dove la verità che emergerà sarà difficile da digerire anche per gli stomaci allenati degli inquirenti.

Coinvolta in prima persona nelle indagini sul fronte mongolo ritroviamo Oyun, collega e compagna di avventure di Yeruldelgger, che in questo romanzo cresce come personaggio e della quale conosceremo meglio personalità e animo, mentre sul fronte francese faremo la conoscenza di un nuovo personaggio, Zarza, un poliziotto scaltro e acuto, anch'esso con un passato pesante alle spalle.
Le varie indagini apparentemente slegate tra loro, troveranno via via un filo comune che ricondurrà tutta la storia ad un'unica insospettabile origine.

Il fulcro di tutta la narrazione rimane comunque un atto di denuncia verso lo sfruttamento della terra mongola perpetrato per anni dalla Russia e che in qualche modo continua anche dopo che la Mongolia ha ottenuto la sua indipendenza, il modo in cui i poteri forti si servono dei suoi abitanti senza tenere in minima considerazione il fatto che si tratti di esseri umani, e la grande forza interiore che questo popolo trae dal rapporto viscerale con la propria terra, ricca di enormi contraddizioni.

L'unico appunto che posso fare a questo romanzo è il fatto di aver forse messo troppa carne al fuoco, facendo risultare la narrazione in alcune parti un po' caotica. Rimane comunque un gran bel noir, con più parti di azione rispetto al primo, del quale è innegabile l'alto livello qualitativo in termini di scrittura.
Ringrazio Fazi per avermi messo a disposizione una copia digitale del romanzo e vi do appuntamento a presto (spero ;) ) con la recensione del terzo e ultimo romanzo di questa trilogia, uscito da poco in libreria: "La morte nomade".