"Sotto mentite spoglie" di Antonio Manzini: Rocco Schiavone, le maschere e l'arte di restare a galla
Titolo: Sotto mentite spoglie • Autore: Antonio Manzini • Editore: Sellerio • N.pagine: 432 • Data di pubblicazione: 4 novembre 2025 • Copertina flessibile € 17,00 • Ebook € 11,99
TRAMA
Ad Aosta è quasi Natale. Una stagione difficile, per Rocco Schiavone, e non solo per lui. Un periodo dell’anno che da sempre con le sue usanze svetta nella nota classifica affissa in Questura.
Tutto sembra andare male. Ovunque nelle strade si esibiscono cori di dilettanti che cantano in ogni momento della giornata. La città è preda di lucine a intermittenza, della puzza di fritto, dell’agita- zione dovuta all’acquisto compulsivo. Lampeggiano vetrine e finestre, auto e antifurti. Di fronte ai negozi, pupazzi di raso e fiamme di stoffa si agitano al soffio dell’aria calda dimenando braccia, teste e lingue. Non c’è da aspettarsi niente di buono.
E infatti. Una rapina finisce nel peggiore dei modi possibili, coprendo Rocco di ridicolo, fin sui gior- nali. Un cadavere senza nome viene ritrovato in un lago, incatenato a 150 chili di pesi. Un chimico di un’azienda farmaceutica sparisce senza lasciare traccia. Rocco non parla più con Marina. E nevica
“Sotto mentite spoglie” = con una falsa identità o essendosi camuffato.
Ed è questo il filo conduttore dell’ultima avvventura letteraria del nostro amato Rocco nazionale. Talmente amato (grazie soprattutto alla serie tv, perché a leggere siamo rimasti quattro gatti. Voraci, ma sempre quattro siamo) che quando si nomina “Rocco” non è più immediata l’associazione con Siffredi, il dubbio sorge.
Ma non divaghiamo, torniamo alle mendaci spoglie.
Quelle dei rapinatori di banca che si divertono ai danni della squadra, del cadavere ritrovato al quale non si riesce a dare un’identità, persino quelle di D’Intino che le delusioni amorose hanno incattivito, rendendocelo meno divertente del solito.
Ma, come sempre, il titolo non si risolve nella mera spiegazione del caso, bensì nasconde un indizio sull’evoluzione di Rocco.
Sempre più solo, sempre più deluso dalla vita, sempre più malinconico, ma sempre aggrappato all’unica àncora che lo tiene a galla: l’ironia. Ed è la stessa àncora che tiene in piedi una serie in cui i protagonisti non hanno più nulla da dare, se non le loro mortali spoglie.
In questo -esimo capitolo, Manzini torna alla freschezza dei primi romanzi, dove il mal di vivere affonda l’umore e il guizzo ironico lo riporta immediatamente a galla.
È per descrizioni come queste che mi sono innamorata di questa serie e che continuo imperterrita a leggerla
“…la donna sui 55 anni e che si era sforzata con l’aiuto di un chirurgo estetico di dimostrarne molti di meno. La sensazione era che si fosse presentata al medico con una foto di Angelina Jolie dicendogli: Voglio essere uguale a lei! Il risultato era un paio di labbra da crisi allergica, gli occhi spaventati di un animale scoperto in una tana da una torcia e gli zigomi gommosi che sembravano dello stesso materiale degli orsetti Haribo.”
Ed è per la costruzione dei personaggi che sento la squadra di Schiavone un po’ come la mia famiglia, dove c’è il parente che vorresti mandare a raccogliere banane, ma lo sopporti perché fa parte del pacchetto; dove c’è il parente nel quale riconosci il tuo stesso disagio e ascoltarlo ti fa sopportare meglio il tuo; dove c’è l’impulso di mandarsi a “fancuore” ma anche la voglia ridere delle stesse cose.
Rocco Schiavone rimane sempre fedele a sé stesso, con le sue canne nel cassetto per scacciare i mostri, il suo loden e le sue clark per non piegarsi al volere del nord, ma in qualche modo evolve. La voce di Marina si è dissolta, sfumata pian piano fino ad assumere il timbro di Rocco, quello di un uomo che abbraccia ostinatamente un vuoto, e che quel vuoto lo guarda dritto negli occhi, facendoci ogni volta stringere il cuore.
“Se non fai finta, alla vita non torni più”
Un romanzo che parla di false identità, di racconti che ne celano altri: quelli dei malviventi, quelli di Rocco e, forse, quelli di qualcun altro di cui solo Manzini (e pochi altri) sono a conoscenza.
Ma finalmente una storia che non vien voglia di finire alla svelta, piuttosto di assaporare pian piano per poter godere ancora un po’ di quella famiglia sgangherata e del racconto delle loro giornate che ci fanno sembrare più accettabili le nostre.
Menzione d’onore per Michela Gambino, un personaggio che quando si affaccia tra le righe è capace di incuriosire, divertire e un po’ anche istruire, ma del quale sappiamo ancora troppo poco.
Non ne conosciamo il passato, non sono ancora stati aperti i cassetti che celano il percorso che l’ha portata ad Aosta, e che spero Manzini voglia prima o poi portare alla luce.
Al netto di un’indagine un po’ troppo allungata, è un capitolo che vale la pena leggere e che chiude con uno spiraglio su novità che potrebbero scuotere la questura di Aosta, con tutti i suoi abitanti.






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